L’Ortles val bene una distorsione ?

“Parigi val bene una messa”, si diceva. Anzi la frase venne pronunciata per la prima volta da Enrico Navarra nel corso della guerra civile francese del tardo 500 del secolo scorso (conosciuta anche come la guerra dei “tre enrichi”): abiuro’ il calvinismo in favore del cattolicesimo per avere il trono del Re di Francia.

Fatta una doverosa premessa storica, per dare un senso al titolo, torno alla quasi attualita’. Per sabato e domenica scorsi con il grande Alberto De Giuli, guida alpina di eccezione e per me un grande amico-motivatore, dopo una serie di rinvii e cambi di programma in grande parte dovuti alla meteo, mettiamo nel mirino l’Ortles (del gruppo Ortles-Cevedale di cui fa parte anche il Gran Zebru’), la via scelta è quella dell’Hintergrat.

La traccia 3D dell’Hintergrat

L’appuntamento è sabato più o meno all’ora di pranzo a Bolzano, in un’area di parcheggio spartana (come è spartana è spessissimo la frequentazione della montagna). Alberto viene dal Cadore e io da Piacenza. I camionisti fermi per il blocco del fine settimana la considerano casa loro e non sembrano così ospitali e tolleranti (ne avremo dimostrazione il giorno successivo). Da lì con una sola auto andiamo verso Merano e ci fermiamo a mangiare alla Forst: una mezza birra e un piatto di spatzle a testa e lo stomaco è a posto anche nel far mettere da parte calorie utili per la “maratona” del giorno successivo. Di lì diretti a Solda; poi lasciamo l’auto e ci mettiamo sulla seggiovia. Finalmente si cammina e in poco più di un’ora, tra una chiacchierata ed un’altra, siamo al Rifugio Coston. Il morale è buono e saliti a 2600 e rotti neanche i battiti registrati da nostri Garmin sembrano accorgesene. In un teutonico schietto la terza o quarta generazione di gestori del rifugio (tra l’altro due ragazze che poi abbiamo scoperto nel corso della serata tanto amabili quanto lavoratrici indefesse) danno indicazioni perentorie: “bacchette, piccozze e scarponi qua, non portare su camerata”; “qui trovate vostre ciabatte” ed ancora: “ora cena inderogabile per diciotto trenta”. Agli ordini. Tempo di prendere posto nel camerone collettivo al secondo piano, fare un passaggio ai bagni comuni, rifocillarsi, fare un video del gruppo Gran Zebru’, Ortles-Cevedale e dei primi step del percorso dell’indomani ed è già ora di cena.

C’è vita al rifugio Coston
Appena fuori dal rifugio Coston

Io mi faccio fuori un piatto di spaghetti al pomodoro di più di due etti. Alberto un piatto di speck, uova e patate (in tirolese “spiegeleier”) dopo una zuppa (per rimaner leggero 😂😂😂). Quattro chiacchiere ancora con le gestrici del rifugio, sulla loro storia, su quella del compianto Compagnoni e su altre storie di vita ed alpinismo attorno ad un bicerin di genziana ed è già ora di ritirarsi per cercare un sonno ristoratore. La colazione è, infatti, per le 3.30 del giorno successivo, quello della probabile vetta.

La sveglia al rifugio è si connaturata all’orario del servizio colazione ma soprattutto condizionata dalla tabella di marcia che ci si prefigge per la giornata in modo da essere fuori dall’area di maggiore rischio (meteo locale pomeridiana, portanza della neve su ghiacciai e nevai, condizioni di tenuta della roccia in relazione al rigelo) per massimo ora di pranzo. In definitiva dalle capacità e dalla condizione atletica della cordata.

Io e il sequestratore, a salve, Alberto De Giuli

Le sensazioni sono buone e per di più non mi prende il solito grande dubbio dell’alta montagna “ce la farò oppure no ?”. Magari sia io che Alberto diamo ormai per scontato che io abbia questo atteggiamento alla sfida e che lui mi dia la solita risposta: “sei arrivato fin qui, sei pronto, tira fuori gli attributi”. Sta di fatto che dopo abbondante colazione (poi Alberto mi spiegherà come avrà fatto a digerire dopo le uova della sera prima anche un rigoroso paté di wurstel spalmato sul pane in piena notte) partiamo con le frontali.

Poco prima ha fatto due gocce di acqua e ora c’è una nebbia fitta capace, assieme al buio, di mettere a dura prova l’orientamento e la ricerca della traccia. Tutti gli alpinisti sembrano cincischiare, chi dentro e chi sulle prime rampe che anticipano l’attacco della via di cresta, in attesa che qualcun altro faccia il primo passo. Così posso ancora una volta capire l’altissimo livello di professionalità di Alberto: è lui che parte deciso dando fondo ai ricordi di altre salite ma anche alla lettura, non facile, di passaggi precedenti e di eventuali ometti difficilmente leggibili, vista la ridotta visibilità, a meno di non sbatterci contro.

L’Hintergrat (e successivamente il rientro a Solda per la normale) è una via bella e completa. Si passa da nevai sospesi, a creste aeree rocciose o innevate ovvero rocciose e innevate, da passaggi di arrampicata con gli scarponi su roccia solida a sfasciumi che meglio non toccarli, da ghiaccio/neve portante a neve marcissima, per passare infine a ghiacciai che gia lasciano intravedere ad inizio stagione difficilissimi attraversamenti dei crepacci che finiranno di aprirsi a fine estate: diversi sono i terreni in cui ci si deve cimentare. Peccato la nebbia che ci impedisce di capire in quale contesto ci stiamo inerpicando. Per gli ulteriori dettagli tecnici vi rimando alla meravigliosa relazione di Alberto De Giuli.

Dopo 1300 metri di dislivello e 4 ore e 20 di marcia siamo già agli oltre 3900 metri della vetta dell’Ortles: seconda o terza cordata partita dal rifugio Coston.

Le creste dell’Hintergrat

Foto di vetta e ci aspetta il rientro in discesa per la via normale (che poi anche quella tanto normale non è) dalla quale in mattinata sono passate altre cordate in salita che hanno raggiunto la vetta quasi in contemporanea con noi. Ed è proprio la discesa dalla normale che mi ricorda quanto sia difficile scendere ramponi ai piedi ghiacchiai molto pendenti e con neve “pappetta” nelle ore più calde della giornata. Ci devo ri-lavorare.

Qualche ora dopo, una ferratina che sembra andare liscia come l’olio, e siamo a festeggiare con un calice di birra e una fetta di dolce al rifugio Payer. Ci aspetta il sentiero più facile per il rientro a Solda. Lo facciamo quasi “a bomba” tanto che stimo che saremo al parcheggio prima delle 14/14.30. Ma la montagna riserva sempre sorprese, meglio conferma una delle sue più grandi lezioni: “quando cala la tensione e pensi di aver finito proprio in quel momento si rischia di più”. Stavolta tocca a me. Posso forse già vedere l’auto rossa a Solda appena oltre il bosco di larici, i pensieri vanno al rientro in auto e agli impegni di lavoro di lunedì e “crac”: come uno stupido, sul facile, appoggio il piede sinistro in modo maldestro cosicché la pianta si piega innaturalmente verso l’interno. Il dolore è lancinante ma so di dover proseguire senza togliermi lo scarpone fino a Solda: il successivo gonfiore non avrebbe permesso di rimetterlo. “Non dire gatto finché non ce l’hai nel sacco”. Gli ultimi 40 minuti, seppur a velocità ridotta, sono una vera tortura mentale più che fisica: pur essendo in una buona condizione dovrò fermarmi completamente almeno per una settimana, pregiudicando altri obiettivi che avevo già messo nel mirino estivo. Il dolore lo sopporto abbastanza, la frustrazione dell’imprevisto decisamente meno. A Solda butto il piede direttamente dentro una fontana di acqua gelida di lato alla chiesa e applico il ghiaccio che mi regala gentilmente un bar nella piazza principale.

Parigi andava bene una messa. Ma l’Ortles val bene una distorsione ? Non sciolgo definitivamente la prognosi finché non sarà sciolta quella della mia ripresa degli allenamenti. Per adesso, a 48 ore di distanza, visto che riesco a poggiare il piede a terra, risponderei ancora affermativamente. Grazie Alberto per quello che sei anche in questi momenti.

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