Non c’è avventura, soprattutto quelle che si svolgono in questi ambienti che se pur divenuti turistici e antropizzati hanno a che fare sempre con gli elementi della natura, che non comporti la possibilità che quache cosa di imprevisto non si realizzi. Il giorno 2, quello che si sta per concludere, avrebbe contemplato infatti il trasferimento da Kathmandu a Lukla, verso la porta dei campi base himalaiani, dapprima in aereo. Ma le notizie che rimbalzano dall’agenzia la Seven Summit, sono quelle, causa una precedente finestra di maltempo, di una fila di alpinisti in attesa di imbarcarsi di 24-36 ore. Si opta, dunque, per l’elicottero da prendere presso il Ramechhap airport un piccolissimo scalo a 4 ore di auto da Kathmandu.

Ma anche qui, come era intuibile, il surrogato del mezzo aereo è stato preso d’assalto e i tempi si sono allungati tanto da vanificare la sveglia a Kathmandu ancora prima dell’alba, alle 4 del mattino. Il nostro gruppo, diviso in tre sottogruppi, ha la fortuna di sperare perché almeno uno dei tre raggiunge Lukla; poco dopo le 17, però, il comandante di rientro ci dice che non ci sono più le condizione, a causa delle forti raffiche di vento, per tornare a volare verso la porta dell’Himalaya. Ci rassegnamo sapendo di non poter far nulla se non goderci anche gli imprevisti. Namaste’.

P.s. Ha ragione Nirmal Purjia gli sherpa nepalesi sono veri e propri alpinisti ma soprattutto li sto scoprendo come dotati di profonde umiltà e umanità.