Si cammina perdendo l’equilibrio da un passo all’altro: prima il destro e poi il sinistro o viceversa. Chi sono ? Mi rappresenta più il prima o il dopo ? O in realtà posso essere definito da quella capacità di essere in disequilibrio, da quella voglia di mettermi in quella situazione apparentemente sfavorevole dominata dall’incertezza di dove e come atterrerò ?
Il percorso è quasi sempre a tappe. Nessun percorso è troppo lineare per immaginarne una fluidità e una continuità prive di step, di aggiustamenti, di ri-valutazioni, persino di miglioramenti in itinere. Spesso, purtroppo, siamo abituati invece a volere il traguardo a portata di mano. E’ un errore in cui casco anche io anche se penso che essere motivati abbia anche a che fare con la visualizzazione di un obiettivo, importante, che si vuole fortemente.
Così è in queste settimane di riabilitazione dalla distorsione della mia caviglia. La mia impazienza è molta ma le tappe e così certi plateu dei miglioramenti della sua condizione, da ritenersi fisiologici, finiscono per innervosirmi. Bisognerebbe invece mi concentri sul percorso, sulla parabola, sul cambiamento di preparazione che l’infortunio mi ha imposto e su i suoi risultati. Provo a farlo con questo post.
Con Saro Costa, dopo una settimana dal precedente incontro, siamo d’accordo di tentare la traversata del Lyskamm sul complesso del Monte Rosa. Premetto di amare la maestosità e l’ampiezza di questo ambiente ricco di cime, di bellezza naturalistica, di forme talvolta aspre e forti ma comunque elegantissime. Un complesso over 4000, quello del Rosa, che nelle giornate di sole e sgombre dall’opacita’ dell’inquinamento padano è possibile osservare anche da alcuni punti della città dove abito, Piacenza.
La caviglia sinistra non è ancora al top; anzi nei movimenti di torsione in zona malleolare, soprattutto esterna, si presenta un piccolo fastidio simile ad una puntura di spillo, sopportabile ma irritante, terribilmente irritante, rispetto alla riconquista di un livello accettabile di fiducia funzionale. Poi la zona risente ancora dei volumi di lavoro tipici dell’attività in montagna ove questa si prolunghi per tante ore, per tante micro azioni e/o sollecitazioni ripetute per quel tempo in cui si è in ambiente.
Per questo con Saro pensiamo anche dei piani “b” e “c” da agire a seconda delle mie condizioni, testate sul campo.
Il primo giorno, sabato scorso, è quello dell’avvicinamento al rifugio Capanna Gnifetti. Sbarchiamo dagli impianti di risalita a Punta Indren, evitando una grandinata temporalesca di una mezz’oretta prevista dai siti meteo, e siamo pronti a risalire passando quel che resta di un ghiacciaio e un bel “sentiero” attrezzato. Gli scarponi tengono le caviglie assieme ad una fascia elastica che tiene quella sinistra; nessun dolore particolare e in poco meno di un’ora siamo al Rifugio. Però “non ce ne va una sempre liscia” commentiamo in zona Passo dei Salati quando veniamo a sapere che per le precipitazioni il collegamento tramite funivia viene sospeso in attesa di un tempo migliore.

Una volta arrivati allo Gnifetti una nuvolaglia residua ci preclude uno sguardo complessivo della “potenza” dell’ambiente glaciale in cui ci si trova immersi seppur ridotto dalla fase di riscaldamento globale del nostro pianeta. Prendiamo possesso dei posti letto coi componenti di un’altra cordata: tre uomini, due amici e il figlio di uno dei due; quest’ultimo alla prima esperienza di alta montagna. Sono socievoli ma, come si direbbe a Roma, “caciaroni”: cittadini prestati alla montagna. Fanno insomma un pò troppa compagnia, che non guasta, sinché rispetta i tempi di chi, vicino di letto, ha altri obiettivi, forse più impegnativi che richiedono maggior riposo concentrato magari in meno ore.
Si, perché in un rifugio che fa da ponte per l’alta montagna non solo si rinuncia alle piccole o grandi comodità a cui siamo abituati alle nostre case ma si condivide un pò di privacy (non quella dei propri dati di cui in fondo in quel contesto a nessuno frega un granché) ma quella delle proprie abitudini, quelle maggiormente intime, con perfetti sconosciuti con cui si ha in comune al massimo la considerazione per l’alpinismo. Così anche al Rifugio Gnifetti rinunciamo ad uno sciacquone come lo abbiamo nelle nostre case e usiamo al suo posto delle taniche appena fuori delle ritirate. Queste ultime non sono isolatissime e si condividono già partire dai corridoi profumi e rumori in spazi ristrettissimi. Come si rinuncia a poter dormire con i propri “riti propiziatori” del sonno. In una stanzetta di pochi metri quadri si è in cinque o sei o anche più, con posti letto in legno ed oblo piccolissimi da cui far entrare pochissima luce e ancor meno ricambio d’aria (in imbarazzo sempre tra l’aria viziata che si accumula nel corso della notte e il freddo che proviene da fuori).

Sta di fatto che i nuovi vicini, con una sveglia prevista per 3 di mattina, quando mi preparo nello stretto giaciglio poco dopo le 21 si sarebbero, poi, attardati per più una mezz’oretta buona in conversazioni, spostamento di masserizie e prova materiali. Addio, insomma, privacy intesa come scelta di fare, al riparo di quattro pareti, come mi pare e quando mi pare.
Prima però con Saro abbiamo il tempo di giocare a carte, prenderci un paio di liquidi a testa pre-cena e, poi, di cenare; il pasto come al solito allo Gnifetti si conferma sopra la media dei rifugi di alta montagna, decisamente superiore a quelli francesi o svizzeri. Due primi, una pasta corta al sugo rosso di verdure e una vellutata di piselli, un secondo con carne di maiale e patate al forno; nonché, infine, non crederete ai vostri occhi nel leggere, una porzione di tiramisù. Ottimo. Passaggio in bagno, messaggi e/o telefonate di rito ed è già tempo di nanna.
Alle 3, all’unisono, suonano tutte le sveglie degli appartenenti alla stanza numero quattro e, forse, di tutti gli ospiti del rifugio. Poi diventa tutto una fila come trovarsi al casello autostradale di rientro a Roma o Milano con la propria auto dal classico week end fuori porta: fila per lavarsi ed andare al wc, fila per la colazione a buffet (ma non pensate certo al buffet di alberghi e hotel dei litorali d’estate), fila all’uscita per lasciare le ciabatte d’ordinanza, calzare gli scarponi, montare i ramponi, finire la vestizione con il guscio e i guanti caldi e poco dopo le 3.40 siamo fuori dal rifugio. Le frontali illuminano quello che possono del percorso anche perché più in alto scopriremo che la grandinata del giorno precedente a quote più elevate è diventata neve ed ha coperto la traccia di 5 centimetri o poco più nei tratti di accumulo. Di certo l’illuminazione artificiale assieme ad una buona dose di orientamento servono per superare il reticolo di crepacci appena all’esterno dello Gnifetti. Saro imposta un passo subito deciso e io e la mia caviglia l’assecondiamo. Stare sui ramponi e come per una donna mettere i tacchi: tutte le inclinazioni e le asperità, anche quelle più modeste, non vengono assorbite dall’adeguamento della pianta del piede ma la rigidità e il sollevamento dei meccanismi (scarpone più rampone) le trasferiscono alle articolazioni più snodate, ginocchio ma soprattutto caviglia appunto.

Ma come ho scritto: vado assieme al “motore” di Saro tanto che riprendiamo e superiamo le due cordate uscite prima di noi. Un’ora e mezzo di cammino e già cominciano i primi chiarori: l’alba sul Rosa è meravigliosa e il sole quando comincia ad elencare le cime, soprattutto il Lyskamm, rende l’ambiente di una perfetta bellezza, come un quadro dipinto che muta a seconda della visuale, di dove ti poni come osservatore, ma che non cambia come sostanza; produce sempre quell’effetto “wow”, quello stupore che solo le cose vive e grandi possono produrre mentre realizzi che ne stai facendo parte.

Appena montati sul Colle del Lys, soprattutto nei tratti con maggiore pendenza, comincio a sentire dei piccoli fastidi alla caviglia nonostante la fasciatura: punture di spillo ripetute ad ogni movimento soprattutto nel passo alternato. Non è solo più riscaldata dell’altra ma è dolente: il volume di lavoro fatto comincia a farsi sentire. Ne parlo con Saro: escludiamo il piano A e siccome manca tutto il tratto in discesa che metterà più a dura prova l’articolazione imbocchiamo decisi il piano C: ripetizione della Capanna Margherita. Già nel 2021 avevo utilizzato l’ascesa al rifugio più alto d’Europa (4554 metri sul livello del mare) come acclimatamento/preparazione per il Cervino.
D’altronde quel dolore mi distrae già dalla respirazione, dall’attenzione su altre cose mentre salgo e mi rende complessivamente più nervoso e meno sicuro. Deviamo quindi a destra e saliamo l’erta finale verso la Capanna che proprio per il dolore più acuto sarò costretto ad interrompere per un paio di brevi soste. Arriviamo al rifugio prima delle 7.00 e chiudiamo l’ascesa, nonostante il fastidio, in un buon tempo 2 ore e 50 considerando che è la mia prima uscita stagionale over 4000 (migliore delle 3 ore e 30 di due anni prima con Alberto De Giuli).

Beviamo qualcosa di caldo all’interno del rifugio e facciamo una sosta più prolungata del solito, circa 50 minuti, per far acquietare la caviglia. Scendiamo facendo a ritroso la strada di due giorni.
Questo per scrivere al lettore di questo blog come i percorsi siano in realtà matrioske. Il percorso che mi avrebbe portato a fare la traversata del Lyskamm, poi virato nell’obiettivo della Capanna Margherita, era inserito in quello della riabilitazione al pieno utilizzo della caviglia. Queste uscite estive mi stanno servendo come percorso di preparazione verso un altro obiettivo che a causa dell’infortunio ho dovuto rivalutare e modificare. Tutto quello che sto facendo in montagna da qualche anno a questa parte non costituisce solo un percorso di miglioramento tecnico-alpinistico ma posso sicuramente inquadrarlo anche in un percorso umano, di miglioramento della mia persona.
Certe volte prendiamo i percorsi come linee che conducono dritte agli obiettivi che ci siamo posti. Troppo spesso, pur avendo chiaro cosa vogliamo, siamo innervositi da contrattempi ed errori di valutazione che commettiamo, cadute ed infortuni. Finiamo per non goderci l’esperienza; miopi, finiamo per non concepire proprio il percorso come esperienza da cui trarre indicazioni. Siamo troppo concentrati sull’obiettivo per non apprezzare che la capacità di interpretare ed affrontare quello che ci accade durante il viaggio è altrettanto importante che finirlo secondo il piano originario. Godersi l’esperienza significa anche vivere ogni presente connettendolo, in positivo, tra quello che accaduto immediatamente prima e quello che verrà subito dopo. Godersi l’esperienza è tenere a mente che è più importante il disequilibrio in cui ci mettiamo partendo per un percorso rispetto agli esiti iniziali e a quelli finali.
E così anche sui ghiacciai del Monte Rosa ho sperimentato che si cammina perdendo l’equilibrio da un passo all’altro: prima il destro e poi il sinistro o viceversa. Chi sono ? Mi rappresenta più il prima o il dopo ? O in realtà posso essere definito da quella capacità di essere in disequilibrio, da quella voglia di mettermi in quella situazione apparentemente sfavorevole dominata dall’incertezza di dove e come atterrerò ?
[…] mi era infatti confermata dell’ascesa con un tempo dignitosissimo, alla mia età, alla Capanna Margherita. In Agosto nelle giornate festive mi ero messo a fare del dislivello appenninico. Certo la […]
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