Ikigai: quando la vetta (geologica) non conta.

È passato poco più di un mese dal mio infortunio alla caviglia in discesa, sul facile, dall’Ortles. L’esito è stata una bella distorsione di terzo grado (su tre) con rottura del tendine peroneo-astragalico, un altro paio della zona infiammati e un altro, come dice chi la sa, incapsulato. Ho rimandato degli obiettivi estivi in montagna e mi sono dedicato alla riabilitazione.

Ma prima degli accertamenti strumentali della corretta diagnosi e delle sedute dal fisioterapista non nascondo di aver pensato (per qualche millisecondo non vi illudete): “ma chi te lo fa fare Michele ? Prendi tutto con calma.“. In qualche riflessione interiore avevo persino messo in discussione questa mia ostinazione ad andare per montagne, perlomeno di quelle difficili o alte o tutte e due le cose assieme. La calma, meglio una paziente prudenza, una ripresa degli allenamenti non solo graduale ma con gli attrezzi che non sollecitassero gravemente la caviglia, almeno nelle prime due settimane, è servita anche a scacciare questi pensieri più negativi. Come sono servite ampie dosi di magnetoterapia e l’introduzione nella routine giornaliera, sotto la supervisione del fisioterapista di una serie di esercizi che lavorassero specificatamente sulla mobilità, sul rafforzamento, sulla stabilità della caviglia nonché sulla sua esposizione a stimoli propriocettivi. Avendo letto qualcosa sul tema delle distorsioni gravi con rottura tendinea ero ben conscio dei tempi minimi di recupero per il ritorno integrale ad un’attività non meramente ordinaria ovvero di tipo intensivo-sportivo venivano quantificati perlomeno in 8-9 settimane (con l’approccio di tipo conservativo). Come avevo letto che i nuovi protocolli di trattamento consigliavano, appena possibile, di ritornare, esclusa l’esistenza di fratture ossee, a poggiare il piede a terra passata la fase di dolore acuto, limitando al massimo a 48/72 ore la totale inattività e il mero trattamento di ghiaccio ed antinfiammatori. Ciò, unito ad un movimento calibrato ed attento, avrebbe precocemente riattivato il microcircolo locale, la rigenerazione tessutale e accorciato i tempi di recupero. Stimolato da ciò, come ben sanno i lettori di questo “quasi quotidiano delle mie idee”, non ho esitato ad adempiere ad un impegno di lavoro romano, a prendere treni e camminare a piedi per le strade della capitale, seppur aiutato da un bastoncino da trekking, e quindi stimolare l’arto sinistro.

Di certo non ho smesso di allenare la parte aerobica. La caviglia, dopo la prima settimana, si è messa a migliorare progressivamente. Certo per la cura che ci ho messo la mia smania non sopportava quei due o tre giorni di plateau, in cui i miglioramenti mi sembravano proprio impercettibili. Così mi sono dato anche una mia deadline precoce: un mese o poco più per espormi a stimoli severi e prolungati come l’alta montagna richiede, rispetto ai due mesi minimi di riabilitazione completa previsti dai protocolli. Avevo ed ho bisogno di sfide (magari anche alle conoscenze acquisite). Sarei andato a vedere “l’effetto che fa”, proteggendo la caviglia con una fascia elastica per l’attività sportiva e nonostante permanessero dei dolori, sopportabili, nei movimenti di torsione e negli esercizi di carico prolungato sul solo asse dell’arto inferiore sinistra. Avevo l’obbligo di testare “la realtà” con la consueta prudenza ma non con quella paura che ti inchioda al divano di casa a masticare una serie tv dietro l’altra: avrei visto come andava il giorno di avvicinamento e poi avrei deciso con il compagno di cordata cosa fare.

Con Saro Costa, grande guida alpina, avevamo messo nel mirino, una cima non facile ma nemmeno estrema sul gruppo del Rosa. Ma nella giornata di ieri i venti, in quella zona tra l’Italia e la Svizzera, avrebbero portato raffiche fino 100 km/h: improponibile per persone efficienti al loro 100% figurarsi per chi come me era dentro un percorso ancora di tipo riabilitativo.

Decidiamo di virare sull’interamente svizzero Weissmies, pur sempre un 4000, più basso e speriamo maggiormente coperto dai venti più impetuosi. Sabato 5 agosto è dedicato al giorno di avvicinamento, dal parcheggio dell’autovettura a Saas Almagell sino al rifugio Almagellerhutte: poco più di 1200 metri di dislivello positivo di relativamente comodo, ma quasi costantemente in salita, sentiero.  Le sensazioni sono buone. Io e Saro ci mangiamo il dislivello in 2 ore e 24 minuti assieme a qualche altra cordata incontrata sul percorso (mettiamo la freccia e superiamo a sinistra). Pensare, poi, che non smetto mai di “ascoltare la mia caviglia” trascurando magari di concentrarmi sulla respirazione e sulla comunicazione con il compagno di cordata.

Al rifugio beviamo, mangiamo e appena il tempo di sapere che la cena verrà servita alle 17.30 e che prevede un brodino di verdure di benvenuto (l’ho appunto ribattezzata “più che ospedaliera”) mi concentro sullo stato complessivo del mio arto infortunato. Tolgo lo scarpone, tolgo il calzettone da montagna e la fascia che ha fatto il suo dovere. La zona è tutta calda ma non edematosa (come dicono gli esperti). Anzi solo un gonfiore leggerissimo appare circoscritto alla zona malleolare esterna, proprio dove si aggancia il tendine lesionato. Tutto sommato è andata bene ma sento la caviglia più rigida e contratta del solito, rispetto ad una fine giornata qualsiasi di quelle appena trascorse; anche quelle dopo un lavoro dedicato. Ne parlo con Saro e concordiamo di valutare bene la situazione post cena anche il relazione agli aggiornamenti meteo e soprattutto all’intensità dei venti. Nel frattempo coccolo i fasci muscolo-tendinei della caviglia: stretching e massaggio con una famosa crema antinfiammatoria.

Alle spalle della via altra catena di undici 4000 in Svizzera

Finiamo di cenare e ci confrontiamo: le raffiche dei venti saranno comunque importanti (tra i 60 e i 70 km/h) e non ho solide certezze sulla tenuta della mia caviglia. Già la salita di un 4000 non è cosa per tutti ma le due variabili negative ci inducono a scegliere “la via più facile” tra quelle opzionabili a partire dai 2900 metri di quota dove siamo e soprattutto che ci consenta una “ritirata” la più agevole possibile. Il ragionamento non fa una piega come l’atteggiamento coraggioso, ma non incosciente, di uscire dal rifugio all’alba e di andare comunque a tentare di andare verso il risultato. Come diceva qualcuno più famoso di noi: “un conto è sentirsi nella merda, un altro ed esserci nella merda“; chioso solamente che spesso è questione di tempo perché constatare di essere nella merda potrebbe giungere come un accertamento tardivo rispetto alla nostra salvezza.

L’idea è quella di approcciare nelle prime ore del giorno di domenica dalla cresta sud est del Weissmies. Sveglia puntata per le ore 4.45 e colazione per le 5. La notte passa abbastanza tranquilla. Poco dopo le 21 già sono sotto il mio piumoncino del camerone del rifugio e ho talmente tanto sonno che non sento gli altri alpinisti presenti accomodarsi nei loro giacigli e neanche i loro rumori ovvero il loro consueto chiacchiericcio pre-sonno. Fino alle 2 di notte è un dolce dormire ininterrotto. Poi, probabilmente girandomi tra le coperte, sento quelle punture di spillo in zona malleolare e mi risveglio. Cinque o sei giri attorno a me stesso per prendere una posizione accomodante, sentire le previste raffiche di vento infrangersi e sibilare contro le finestrelle del rifugio e si fanno le 4 e poi le 4.45. Il primo pasto è veloce, troppo veloce sapendo quello che ci aspetta: oltre alla consueta fatica anche il freddo e soprattutto queste maledette raffiche.

Frontali ben posizionate usciamo dal rifugio e ci rechiamo alle sue spalle per seguire i numerosi segnavia bianco-blu che salgono verso lo Zwischbergenpass. Saliamo sempre di buona lena (riprendendo ed accorciando perlomeno su un paio di cordate uscite prima di noi) ma quando tocca ad un ultimo ripido pendio terroso appena sotto ad un primo intaglio (a 3250 m circa) con palina segnaletica mi accorgo che la caviglia comincia a dare i primi segnali di non positiva interpretazione (forse dovuti al carico della due giorni). Quando sono costretto, infatti, ad affrontare sfasciumi ed elementi più tecnici a più elevata pendenza debbo per forza accorciare il passo e quindi far meno leva sui quadricipiti e sui retto-femorali ma affidarmi di più al polpaccio e alla stabilizzazione della caviglia. Allora i dolori non riguardano solo il malleolo e i movimenti torsivi ma anche la parte del collo della caviglia stessa e si presentano non solo sporadicamente ma quasi ad ogni movimento in avanti. Le raffiche ma mano saliamo si fanno molto più tese e sperimento come possano darmi dei problemi: in qualche modo devi resistervi e contrastarle fisicamente per rimanere in piedi.

Io e Saro decidiamo di arrivare sin sotto la palina prima di traversare verso sinistra  e poi guadagnare, in breve, lo Zwischbergenpass. Rivalutiamo quindi la situazione e ricordo di aver proposto un ragionamento del genere: un elemento negativo si potrebbe provare a gestirlo in salita ma due, potenzialmente concorrenti verso il peggio, potrebbe essere drammatico o, persino, fatale. Senza parlare più di tanto decidiamo di ritirarci. Qualche altra parola di conferma mentre iniziamo le prime rampe della discesa. Ci aspettano altri 1800 metri di dislivello in discesa che metteranno a dura prova, non solo fisica, ma anche mentale la “gestione” della mia caviglia. Il ricordo delle condizioni dell’infortunio sono ancora troppo vive e scendo, pur con dolori contenuti, molto più lentamente del mio standard in quei tipi di terreno. Tutto fila liscio fino all’auto anche se ogni tanto ripenso a cosa sarebbe potuto essere se avessi osato un poco di più.

In discesa dopo la rinuncia. Alle spalle in fondo la cresta sud est del Weissmeis.

Qual è il significato di questa due giorni ? Il mio Ikigai, come traducono i giapponesi il concetto di “senso o scopo dell’esistenza per realizzarsi”, deve essere insomma quello di dimostrarsi pronto a superare gli ostacoli, di dimostrare che nonostante gli intoppi e gli inconvenienti, persino gli errori, una strada (tutta in salita) è sempre possibile e che, in fondo, si può provare, sempre mantenendo un certo grado di lucidità e non lesinando in cocciutaggine e determinazione, a smentire le previsioni troppo pessimistiche. Una rinuncia può servire anche a questo.

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