Fragilità (condizioni di) e pregiudizio.

Come il lettore affezionato sa in discesa dall’Ortles quindici giorni fa circa ho rimediato una brutta distorsione.

La caviglia sinistra alla fine della discesa dall’Ortles.

Nonostante ciò, con una caviglia gonfia sono partito per Roma il lunedì successivo. Avevo un impegno di lavoro già assunto a cui sentivo di non poter mancare. Credo di avere, in generale, una buona sopportazione del dolore. Non avrei fatto un’altra ora di camminata per raggiungere Solda dall’Ortles con una seria distorsione mantenendo la lucidità di non togliermi lo scarpone se non al raggiungimento dell’auto; ma zoppicavo comunque e il passo era lento. L’ho chiamato, scherzandoci ma poi non troppo, “un anticipo di vecchiaia”: nelle prime 72 ore dall’infortunio mi ero munito di un bastoncino (da trekking) per scaricare un po’ di peso durante la camminata, dormivo poco e male la notte nonostante l’antinfiammatorio/antidolorifico che prendevo prima di andare a dormire, ero lentissimo nel fare cose semplici come vestirmi, dovendomi sedere per infilare calzini e jeans. Se non proprio un anziano, poco ci mancava.

Dal faceto al serio: muovendomi per le strade delle nostre città ho sperimentato per qualche giorno condizioni di vera e propria fragilità. Ho fatto tesoro dello stato in cui può trovarsi una persona con con diverse abilità. Uno stato, soprattutto emotivo, diverso da chi invece mantiene mediamente integre tutte le proposte facoltà fisiche. Viaggiando da e per Roma utilizzando dei treni, rallentato dalla zoppia, ho verificato con mano le difficoltà di chi non si muove con sufficiente rapidità, con frenesia, compresa quella di un calcolo diverso dei tempi di spostamento.

I pregiudizi cosa c’entrano con questo stato ? Tutto. I pregiudizi hanno una funzione: sono schemi o mappe mentali che sulla base dell’esperienza nostra o comune ci aiutano a prendere decisioni veloci. Abbiamo già affrontato una situazione o di quella situazione ci ha già parlato efficacemente un nostro conoscente e, tac, senza pensare più di tanto reagiamo in modo automatico. Così quel semaforo ha un attraversamento pedonale lungo e il rosso per i pedoni scatta precocemente quando si è ancora a metà strada tanto da aver provocato diversi investimenti e, allora, in base a quello che abbiamo già giudicato cosa si fa ? Lo si evita e si attraversa quell’asse stradale in un altro punto più agevole. Il pregiudizio ci può letteralmente salvare la vita e magari ce la salva davvero se siamo anche fragili e bisognosi.

Non ho nulla, dunque, in termini di principio e in assoluto, contro “l’istituto del pregiudizio”. Ci può salvare la pelle anche sapere anche che in una zona come quelle delle nostre stazioni ferroviarie dopo un certo orario le condizioni di sicurezza non sono ai massimi livelli. Il buio, la ridotta frequentazione di persone, la chiusura di bar ed esercizi commerciali l’arrivo e la partenza di treni notturni low cost, la diminuita vigilanza qualificata sono tutti elementi che costituiscono e concorrono a questo pregiudizio. Come concorrono al pregiudizio il fatto che le stazioni sono sovente luogo di incontro per traffici più o meno leciti (spesso meno) e di riparo di persone in difficoltà, di chi è aduso anche ad eccedere nell’utilizzo di sostanze più o meno lecite che alterano la percezione dell’esistente e la formazione della volontà. Le cronache ci dicono spesso che sono gruppetti di stranieri che possono creare problemi in questi contesti urbani.

I binari in notturna della Stazione di Piacenza

Martedì 4 luglio la sera sono rientrato a Piacenza con l’ultimo Eurostar utile. Poco dopo le 23.30 ero tra i binari di Piazzale Marconi. Nello scendere dal treno mi sono concentrato sul “testo” del mio infortunio. Quel “tempo”, che mi è sembrato infinito, da quando ho deciso di alzarmi dal sedile del posto assegnato sino al momento dell’ingresso nella mia autovettura è stato dedicato, in ogni sua frazione, a come posizionare il mio piede sinistro, a come distribuire il peso dei miei bagagli in relazione alla staticità e al movimento, all’utilizzo della bacchetta, a su quale piede far partire per primo sui pianali a scomparsa del vagone per agevolare la discesa, a percepire i segnali di fastidio doloroso durante la camminata. Ho trascurato il “contesto” più ampio denominato stazione ferroviaria. I pregiudizi, buoni o pessimi che fossero, giustificati o meno, non hanno fatto in tempo ad attivarsi, a richiamare una soglia di attenzione generalizzata; non hanno consentito di guardarmi attorno. Ero concentrato sulla mia fragilità prioritaria in quel momento. Quella fragilità mi assorbiva ed assorbiva il mio complesso psico-fisico perché verosimilmente da essa solo quest’ultimo poteva temere la concretizzazione dei maggiori pericoli. Ho fatto solo che scendere dal treno sui binari e alzando lo sguardo dopo i primi passi in orizzontale ho notato solo due cose: da una parte la maggior parte dei passeggeri dell’Eurostar aveva già guadagnato il sottopasso e, addirittura, qualcuno la sala d’ingresso della Stazione mentre, dall’altra, un gruppetto di tre o quattro cittadini nordafricani si attardava sghignazzante al binario numero quattro e uno di questi mi lanciava delle occhiate “interessate”. Non ero riuscito a capire se qualcuno tra loro fosse sceso dallo stesso mio convoglio.

In un lampo il pregiudizio ha fatto il suo lavoro: avevo dato per spacciati sicuramente i miei bagagli, borsa e zainetto, con tutto il loro contenuto. Quello che avevo addosso l’avrei difeso e il bastoncino mi avrebbe in qualche modo aiutato, anche da terra. Mi sono avvicinato per scendere nel sottopasso e sarei dovuto passare accanto proprio al gruppetto. Lentamente ho camminato, un passo misurato dopo l’altro, ed uno di loro mi si è avvicinato con quello che era un sorriso (“beffardo” pensavo di aver percepito, come del leone nella savana che ha adocchiato la sua antilope in difficoltà). Neanche il più classico”la posso aiutare portando la valigia ?” mi aveva inizialmente convinto della bontà delle sue intenzioni. Anzi l’esatto contrario. Diffidente più che a mio agio nella deambulazione gli ho risposto: “ce la faccio, ce la faccio !“.

Alla fine ho dovuto cedere. Ho trovato comunque la borsa integra alla fine della seconda rampa di scale, quella che sale al primo binario. “Grazie molte” è stato il congedo. Ognuno di voi tragga quello che può e riesce da questa breve esperienza, compresi (pre)giudizi negativi nei miei confronti. A me continua a far riflettere in ogni direzione.

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