Con-testo.

Due parole mi hanno da sempre affascinato; sono contesto e circostanze. Rappresentano quell’ambiente che si trova attorno al fatto principale. Sono un luogo, una situazione, una serie di altri fatti, in qualche modo una complessità su cui tale fatto si deposita. Non solo, ne danno probabilmente l’esatto significato e valore.

Dentro il contesto.

Provo a banalizzare ma serve a rendere l’idea. Un fatto è costituito, ad esempio, dallo girare pubblicamente nudi. Un conto è farlo a Cap d’Antibes ma un altro è mostrarsi come “mamma ci ha fatti” nella processione del santo patrono di una cittadina del Sud Italia. Nel primo caso riceveremo, male che ci vada se non siamo troppo in forma, un’umiliante indifferenza; nel secondo una chiamata al 112 non ce la risparmierebbe nessuno. Senza far riferimento a dei contesti di tipo sociale ogni azione che compiamo, da quella più banale e meccanica come ad esempio respirare a quella meno lineare ed appresa, non solo interagisce col contesto e lo modifica ovvero lo altera ma addirittura ne prende le mosse. Così respirare alla quota del mare ha un significato, respirare nel contesto della “death zone” degli 8000 metri ne ha completamente uno diverso, un diverso valore. Il fatto principale rimane sempre lo stesso: l’atto respiratorio.

Banalmente nella comunicazione la frase “questa è una mela” può avere significati diversi a seconda del contesto in cui viene detta. Se viene detta in un frutteto, potrebbe significare che la persona sta indicando una mela reale, ancora appesa al suo albero. Se viene detta in una cucina, potrebbe significare che la persona sta parlando di una mela che sta per preparare. E se viene detta in un negozio di frutta, potrebbe significare che la persona sta parlando di una mela che sta per comprare.

Così m’appare che l’analisi del contesto non sia meno rilevante che uno studio sul testo. Anzi, se bisogna essere capaci di realizzare che mentre il testo sovente è di facile comprensione più difficile è immaginare una lettura scontata e semplicistica di ciò che vi è posizionato attorno spazialmente e temporalmente. Come è spesso divisivo, ma tutt’altro che inutile, fornire le chiavi di lettura delle interazioni tra testo e contesto e la loro più che probabile incidenza nei nessi causa-effetto.

Cosa intendo dire ? Ogni testo-fatto è in grado di produrre uno o più effetti sul contesto e quindi fornire potenzialmente un substrato per un nuovo-diverso contesto. Se nell’anno domini 2023 una donna manifestasse l’intenzione di abbandonare il tetto coniugale nessuno si sentirà in obbligo di chiamare il 112: se la stessa donna l’avesse manifestata, i primi anni settanta, prima del referendum e della riforma del diritto di famiglia i Carabinieri l’avrebbero accompagnata presso la loro Stazione per comprendere se avesse davvero l’intenzione di commettere il reato e per riportarla coattivamente dal marito. Ma approfondiamo: in questo secondo caso se fossi stato non solo intenzionato ad abbandonare il tetto coniugale ma anche tra i promotori dell’iniziativa referendaria per la riforma del diritto di famiglia avrei non solo potuto contribuire alla creazione ad un clima non ostile all’introduzione dell’istituto del divorzio ma persino tanto lo “scandalo” destato quanto la vis repressiva utilizzata dai rappresentanti delle forze dell’ordine avrebbero potuto indurre un cambiamento di modo di vedere e sentire le cose tra i testimoni e i lettori della cronaca; perlomeno in potenza (nel range delle possibilità) innescare, in proiezione, anche un cambiamento di mentalità, di paradigma.

Già ho scritto di come poco tendiamo a concentrarci sul percorso, meglio sull’infinità di variabili, di solito non lineari, che possono interagire con noi e trasformare il setting iniziale. Da uno stato di contesto denominato “A” una novità positiva potrebbe prodursi; soltanto potremmo non vederla ancora se rimaniamo nell’angolo visuale proprio del punto “A”. Siamo, insomma, sempre troppo concentrati sull’immediato passato, su quello che siamo stati sin là, pochissimo sul tempo presente e per nulla sull’effetto del prossimo passo. 

Sottovalutiamo nell’analisi di contesto il valore della variabile “tempo”; quel tempo costituito da innumerevoli frazioni in cui veniamo perturbati ma oltremodo perturbiamo, anche con le nostre minuscole azioni, ciò che ci circonda; modifichiamo la realtà anche senza volerlo e senza un programma ben definito, anche come mera reazione a quello che ci viene fatto. Senza dubbio la realizzazione di una scintilla in un luogo privo di benzina ed ossigeno sarebbe irrilevante. Ma l’incendio di un combustibile alla presenza di un sostanza comburente senza un innesco non si produrrebbe. L’incendio, poi, è indubbiamente, al di là delle sue portata e durata, in grado di modificare a sua volta la realtà, di produrne una nuova.

Molti autori, filosofi e psicologi, si sono soffermati sull’analisi sul fenomeno comunicativo e sulla possibilità che l’atto del comunicare sia in grado non solo di descrivere una realtà quando essa si sia già consolidata ma, fidandosi anche di potenzialità evocative proprie, di cambiarla.

Il contesto per tali studiosi è tanto quello linguistico (talora chiamato cotesto) costituito da quelle porzioni di testo che precedono e seguono un certo testo (per esempio gli enunciati che precedono e seguono un certo enunciato); quanto quello extralinguistico, cioè quella porzione di mondo nel quale il testo viene prodotto.

Convergono, addirittura, nel riconoscere che quello di contesto è un concetto che, per essere utile e fecondo, non richiede una definizione univoca che presuma di dissolvere ogni vaghezza e indeterminatezza. Al contrario l’idea è che sia proprio la nozione di contesto a rendere sospetta ogni impresa classicamente definitoria. Insomma il contesto c’è, agisce, “viene agito”, viene in qualche modo perturbato, anche da ogni processo comunicativo, ma non sarebbe rilevantissimo arrivarne ad elaborarne un’esatta analisi condivisa.

Contesto è un termine che di per se stesso non può essere utilizzato in modo assoluto e sistematico; paradossalmente, infatti, parlare di una nozione generale di contesto significherebbe uscire dal contesto, fissarlo una volta per tutte.

Personalmente ritengo, invece, che dei tentativi di comprensione ciò che sta attorno ai fatti che noi esseri umani produciamo, che ciascuno essere umano produce sia una buona cosa. Ed in fondo è ciò che anche in modo implicito, anche istantaneamente, ciascuno di noi fa.

Lungi dal me l’idea di prendere il contesto come qualcosa di immutabile ed invalidante, di una verità assoluta ed incontrovertibile, come qualcosa che suggerisca o l’estrema facilità di azioni di mera conformità o l’estrema di difficoltà di azioni dissenzienti, di cambiamento, che si trovino nel range delle possibilità. Il contesto è l’ambiente in cui si deposita ogni tipo di azione e va, però, compreso. I paradigmi quali potrebbero essere ? Sicuramente siamo agevolati dagli opposti: ostilità o accoglienza, da non confondere però con l’antinomia “vero-falso” che qui s’intende proprio escludere dal ragionamento. La nostra singola azione troverà terreno fertile o, al contrario, verrà disapprovata o, addirittura, perseguita. Ciò richiede uno sforzo di lettura semplice con una riuscita in termini di probabilità. Cosa decisamente non facile è tentare di proiettare nel tempo un’azione, voluta, magari reiterata e comprenderne la relazione col contesto. Lo schema ostilità/accoglienza ha una capacità di spiegazione limitata e solo immediata. L’analisi del contesto credo si debba spostare sul linguaggio (non solo comune) ma anche sul processo evolutivo di quell’ambiente relazionale. “A che punto siamo?” è, infatti, la classica domanda tanto di chi intende conservare un contesto tanto di chi vuole cambiarlo. L’attore, in entrambi i casi, si chiede: “sarò ancora compreso ?” ovvero “potrò essere compreso ?”

Non solo. I significati ritengo che vadano sempre negoziati, e se questo accade, è proprio perché anche il contesto va negoziato; si tratta ogni volta di rispondere alle domande: “da dove parliamo?” e “a chi parliamo ?” La risposta è determinabile soltanto di volta in volta nella concreta occorrenza comunicativa.

Allora il percorso dell’analisi del contesto è lo stesso della conoscenza. Quello che porta all’attivazione di saperi già acquisiti, di processi cognitivi, nonché emotivo-relazionali per dare una “forma” ad una realtà che non è statica ma in continuo esercizio, in continua evoluzione. Persino le attività di ricerca ed osservazione, anche le più asettiche, sono in grado di alterare il contesto osservato perché, pur in buona fede, vi entrano in relazione. Ogni ambiente poi non è perfettamente isolato e chiuso; anzi più ambienti comunicano come insiemi tra di loro ovvero sono sottoinsieme di altri più ampli e più evoluti. Conoscenza vuol dire mettersi in relazione e fornire un’interpretazione di ciò che è in divenire. Contestualizzare vuol dire calarsi in una verità di cui si è anche interpreti, orientando la conoscenza su taluni fattori, alcuni addirittura predittivi ma sottovalutandone o persino scartandone altri. La conoscenza del contesto è trovare (dunque dare) un’anima e un senso alla realtà che ci circonda, al complesso delle circostanze oggettive e soggettive che inquadrano i nostri testi e le nostre azioni. Trovare una cornice ad un quadro, meglio dare significato al museo in cui è esposto e attraverso al quale fornisce emozioni ai visitatori. Perché in fondo le nostre vite, intese come teoria di fatti che si susseguono, non sono altro che opere d’arte.

Un commento

  1. […] Concludevo l’articolo precedente di questo blog considerando come: “La conoscenza del contesto è trovare (dunque dare) un’anima e un senso alla realtà che ci circonda, al complesso delle circostanze oggettive e soggettive che inquadrano i nostri testi e le nostre azioni. Trovare una cornice ad un quadro, meglio dare significato al museo in cui è esposto e attraverso al quale fornisce emozioni ai visitatori. Perché in fondo le nostre vite, intese come teoria di fatti che si susseguono, non sono altro che opere d’arte.“ […]

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