C’è chi mi chiede perché vada in montagna, soprattutto in alta montagna; se sia consapevole dei rischi che corro e se magari non vi siano altre attività, meno rischiose, dove poter mettere in campo il mio desiderio di sfida, di miglioramento. A dire il vero non ho un perché logico-razionale. Ho forse qualcosa inciso in gioventù nelle mie fibre muscolari ed emotive, non tanto nel DNA. Già ne ho scritto diffusamente in questo blog: è il motivo per cui quattro anni fa alla soglia dei 50 ho deciso di alzare l’asticella. Come “perchè” mi pare di una certa consistenza perlomeno mia esistenziale. Ma sarà sufficiente a bilanciare i rischi che si corrono frequentando la montagna ? Per me in materia una premessa è fondamentale. Spesso noi esseri umani compiamo attività o ne parliamo senza essere consci dei pericoli e dei rischi che comportano. Guidiamo l’auto nelle nostre città come se fosse naturale al pari di preparare un uovo al tegamino, maneggiamo la candeggina come se fosse un colluttorio oppure frequentiamo le nostre stazioni ferroviarie con lo stesso stato d’animo di chi attraversa un quartiere sotto bombardamenti nemici. Ci fidiamo delle nostre percezioni piu che di un’analisi attenta di eventuali dati, di valutazioni effettuate sulla sicurezza di quell’attivita’, di quel contesto e di quel materiale utilizzato. Prima di tutto occorrerà riconoscere come nessuna attività umana sia a rischio zero e persino quando decidiamo di acquistare una casa per abitarla dovremmo valutare non solo il profilo economico comparato alla dimensione, alla sua bellezza e alla simpatia dei vicini per future assemblee di condominio ma anche aspetti che diamo sovente però per impliciti: la solidità statica, una corretta valutazione del rischio idrogeologico, la bontà delle certificazioni impiantistiche. Quello che intendo dire è che spesso approcciamo in modo leggero ad alcune attività che ci vedono esposti a taluni pericoli per molto tempo nella nostra vita quotidiana mentre tendiamo a zavorrarci di timori quando facciamo attività sol perché, magari, la cronaca ci inonda di brutte notizie, di nero colorate. Così finiamo per preoccuparci per la sicurezza dei viaggi in aereo o in treno perché le notizie vengono amplificate oltremodo in caso di incidenti riguardanti questi vettori (sol perché hanno magnitudo elevata per ogni singolo evento) ma riteniamo normalissimo, persino banale, macinare chilometri con le nostre autovetture. I dati in questo senso sembrerebbero darmi ragione: ad Aprile scorso la media per il 2023 era di 8 morti e 602 feriti al giorno; a luglio si è arrivati a contare 600 decessi complessivi nei weekend del 2023. Per rimanere coinvolti in questa triste conta non bisogna neanche mettersi in auto basta frequentare le strade italiane come pedoni o come ciclisti.

In montagna, soprattutto alta, con un pò di esperienza, qualche corso e soprattutto quando ci si affida ad una figura professionale come quella di una guida alpina si è invece nella stragrande maggioranza dei casi abituati ad essere meticolosi nella valutazioni dei rischi da comparare alle proprie capacità e al proprio allenamento. Si consultano relazioni per i percorsi, si prendono informazioni da gestori di rifugi, da colleghi, da altri frequentatori, si butta più di un occhio alla meteo. Rischio crolli di seracchi o di strutture rocciose, portanza di neve o ghiaccio, crepacci: tutto viene valutato con prudenza per la scelta di itinerari e punti di appoggio, di orari di partenza ed arrivo, di velocità di crociera, di materiali e abbigliamento, di scelta delle tecniche di progressione. La meteo, poi fino all’ultimo è argomento di scienza e conoscenza, dialogo tra i compagni di cordata. Poi certo esiste l’imponderabile, il rischio residuo ed ineliminabile, quello che non si correrebbe restando semplicemente a casa. E’ certo che pure una dimensione di insicurezza, del non sentirsi completamente al sicuro, fa parte della sfida e degli sforzi che si fanno in montagna. Nei suoi grandi spazi e nei suoi alti silenzi, ogni uomo e ogni donna, con un minimo di sensibilità, non possono non cogliere il senso della loro piccolezza, della loro finitezza ma al contempo sperimentare la vicinanza e l’essere parte di uno spettacolo del tendente all’infinito. Non si sfidano le vette ma si sfida il miglioramento delle proprie capacità fisiche e mentali. In fondo nella vastità e nella possenza di quello che circonda chi va in montagna si sperimenta l’insicurezza che porta sempre a rimettersi in discussione, di provare ad andare lassù più in alto calibrando decisioni ed azioni. Il limite e il suo superamento è fonte di bellezza, di emozione ambita, ma anche di ragionamento. “Mi sono sentito sempre estremamente fragile davanti agli elementi della montagna: da un lato, uno scheletro con la carne intorno, dall’altro, forze su cui ci si strofina, la roccia, il ghiaccio, le tempeste.”
René Desmaison.
Mente e cuore sono sempre in perenne dialogo contraddittorio.

Ciò che intendo dire è che il rischio ineliminabile, quel rischio, fa parte della frequentazione della montagna. Lo si corre forse in modo più consapevole che in altre attività umane.
Messner ne è cosi tanto convinto che ha affermato” All’alpinismo è necessaria la difficoltà, l’esposizione, l’essere fuori nella wilderness, in un ambiente selvaggio e desolato, e anche il rischio. Il fascino delle montagne è dato dal fatto che sono belle, grandi, pericolose.“; ed ancora: “L’alpinismo porta con sé dei rischi, ma anche tutta la bellezza che si nasconde nell’avventura dell’affrontare l’impossibile.“. Ecco la montagna è quella costante ricerca, quell’atteggiamento individuale, corroborato anche da altri, volto a rendere possibile quello che si riteneva per sé perlomeno difficile, se non addirittura impossibile e che questo possa essere magari anche d’ispirazione a qualcun altro in cui ci si imbatte, che si frequenta.
Io penso che andare in alta montagna possa significare, per me, amare una sfida per raggiungere una bella vetta, esteticamente affascinante o significativa. Qualcosa che solo a prepararla ti può migliorare. Ogni volta anche pensare se ce farai oppure no, se ci sono segni che ti dicono di spingerti oppure no riproducono una duplicita’, un contrasto interiore che anche quello ti migliora. Insomma se ce l’ho fatta io a fare qualcosa come ho fatto da poco più che zero in quattro anni quel “tossico” alla Stazione Termini ha la speranza di uscirne, quella donna di sottrarsi alla violenza del marito, ognuno di scalare la sua metaforica vetta individuale anche se parte dalla pianura o dalle sue inestricabili catacombe. O per dirla con le parole del nepalese Nimsdai, con ben altri superiori meriti, risultati, obiettivi, lo spirito potrebbe essere proprio questo: “Rappresento coloro che mettono tutto per la loro visione e continuano a insistere, nonostante qualsiasi cosa gli altri abbiano da dire. Con tutto il rispetto, io rappresento la positività e l’implacabile ricerca dell’eccellenza. Tutto nella vita è possibile se si è armati solo di un approccio determinato e una mentalità positiva.”