Le “lezioni” (forse una, la stessa) di una “due giorni” calcarea.

Quest’anno ho una certa sfortuna addosso. Non ci sono giornate programmate per andare in montagna che la meteo non mi abbia costretto ad una rinuncia o all’adozione di un piano B. Mercoledì, giovedì e venerdì di questa settimana sarebbero dovuti essere l’avvio della stagione delle salite degli over 4000: doveva essere il turno del Piz Bernina, la via quella della Biancograt. Invece, come dicevo, le previsioni meteo hanno posto dei problemi a due giorni su tre. Con Alberto Alby Montorsi (il link è al suo canale youtube, denso di interessanti tutorial sull’alpinismo), guida alpina ed incredibile divulgatore decidiamo per virare verso una due giorni di arrampicata: la prima vicino ad Arco di Trento, la seconda per una classica via lunga dolomitica: lo spigolo Dibona alla cima grande delle Tre di Lavaredo.

Il primo giorno lo si può annoverare tra quelli che ti riportano coi piedi per terra. Quindi tratterò tutto con una certa ironia, o forse con la saggezza che serve. L’unto non fa bene alla dieta ma non fa bene alla mia arrampicata. A 52 anni suonati ho imparato che il metabolismo non va più sfidato ma assecondato: limitare o proprio azzerare dolci, insaccati e salumi e in genere tutti i cibi con molto grasso di quello cattivo. Pochissime abbuffate sono concesse che di solito, tra l’altro, portano a notti insonni come quelle che negli anni 80 o 90 passavi in discoteca. È inutile che vi spieghi il meccanismo vizioso del colesterolo rispetto al funzionamento del sistema cardiovascolare; basterà avviare una ricerca su Google proprio sulla parola “colesterolo”. Scrivevo appunto come l’unto faccia male anche alla mia arrampicata. Mezzo secolo di vita e posso dire di avere imparato che una via di arrampicata unta fa male alla mia autostima. Provo a spiegarmi per i non addetti ai lavori. Anche Ghisolfi e Ondra (come sopra per lanciare una ricerca su Google e sapere chi siano) potranno confermarvi che un percorso arrampicatori è unto quando è segnato da numerosissimi passaggi umani. Tanto segnato che appoggi e appigli non presentano più gli originali aguzzi ed aspri intagli, squadrate e abrasive tacche dove infilare la punta dei piedi o i polpastrelli delle dita: tutto è stondato e levigato tanto da dare sensazioni di morbidezza contrastanti alla ricercata abrasività. Allora i principi e gli schemi motori dell’arte dell’avanzamento in verticale devono essere applicati alla perfezione. Pena, come è successo a me, “scivolate” e “trattenute”, per fortuna da secondo. Doveva essere tutto alla mia portata (passi di 5c o 6- li ho ben digeriti in passato) ma la via scelta nella valle del Sarca vicino Arco mi ha ricordato come se vuoi continuare a progredire (o addirittura non regredire) in una disciplina devi essere proprio ossessionato, posseduto. Prima lezione: l’unto dunque non fa male ma ti aiuta semplicemente a capire che non sei più il ragazzino di una volta che si rimette a pedalare qualche giorno dopo qualche mese di inattività ed è pronto a fare il Giro d’Italia. Si vede, infatti, che da qualche mese lo stare al chiuso con tante persone in una palestra di arrampicata non mi è andato più molto a genio.

In vetta alla grande delle Tre Cime di Lavaredo

Il secondo giorno del tour lo abbiamo, invece, dedicato all’ascesa verso la grande delle Tre Cime di Lavaredo per lo spigolo Dibona. L’ascesa è meravigliosa, appagante, in un ambiente maestoso e verticale come solo le Dolomiti sanno regalare. 12 tiri di corda dopo mezz’ora di avvicinamento dal Rifugio Auronzo. Soltanto che questo Giugno non c’è un giorno che non ti “consegni” una mattina freddina, attorno allo zero termico a quote relativamente basse (soprattutto se comparate alle estati precedenti). Così iniziamo ad arrampicare che le scarpette coi piedi “freddi”, quasi marmorei, che ben si adattano alle strette scarpette del mestiere ma le mani sembrano invece insensibili ai profili pungenti della dolomia da utilizzare come appigli. Anzi tanto sono fredde le estremità superiori che mungere troppo la roccia fa persino male. Cosicché inizio bene con le mie calzature da arrampicata (43 invece del 44 e mezzo che porto normalmente) ma per le mani per i primi tiri sono costretto a tenere dei guanti leggeri, pagando un pò in precisione. A fine arrampicata, invece, le cose si invertono. Il maggior calore, unito al pregresso costante movimento, dilata le estremità. I piedi divengono ultra sensibili e tenere ancora le scarpette assomiglia a qualcosa di molto simile ad una tortura. Mentre le mani si muovono completamente a loro agio tra le scaglie di roccia. Insomma seconda lezione: in montagna le condizioni ideali non esistono quasi mai ed è sempre un continuo arrangiarsi tra una sofferenza ed un’altra.

Però alla fine, facendo una tanto doverosa quanto opportuna sintesi delle due, la lezione è sempre una: non si possono trovare le condizioni per eccellere in tutto. Lezione banale ed intuitiva ma soprattutto già sentita. Allora vado per approssimazioni alla mia personalissima lezione. In montagna, come nella vita, se ci si dedica ad un aspetto in modo persistente, persino ossessivo ma costante, in quel campo si migliora in modo incredibile. Siccome, però, la giornata rimane composta di 24 ore e l’anno di 365 giorni a cui bisogna sottrarre il tempo da dedicare al lavoro e agli affetti trovare il tempo e la voglia per migliorare tutte le caratteristiche che ti farebbero eccellere in ogni contesto della montagna non è sempre facilissimo. Insomma ogni tanto devo dirmi (ed è questa la vera lezione della “due giorni” calcarea): “avanti così, Michele, che alla tua età molta gente domenica pomeriggio scala, ben che vada, il divano di casa ma con due occhi chiusi, sognando di farlo.”

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