Una “meteora” è per sempre

Ci sono luoghi comuni soprattutto nel mondo artistico e in special modo in quello musicale. Per lo più provengono da una falsa ovvero parzialissima definizione conferita al sostantivo “successo”. Il successo cos’è veramente? Vale per tutti allo stesso modo ? È tale solo se gli altri sono in grado di riconoscerlo? Esprime solo un consenso generalizzato ? Lo è solo se un mercato lo attribuisce ? Deve essere oltre che esteso anche duraturo, costituito da una parabole in crescendo ? Oppure il successo può essere episodico?

Personalmente accedo all’idea che sia un concetto personalissimo e corrisponda piu o meno “all’andar fieri di sé”, al potersi guardare allo specchio provando soddisfazione per quello che si è fatto, meglio per come si è. Così, secondo me, possono esistere carriere fulminanti e luminose che vivono l’ombra del tradimento di sé stessi o percorsi carsici, non conosciuti o misconosciuti, che esprimono, solo si abbia voglia di scavare come farebbe un archeologo con scalpello e pennello, una brillantezza non comune. Possono esistere costanti condizioni di successo perennemente “drogate” dallo stars system, dalle frequenti e “pagate” apparizioni mediatiche ovvero episodiche emersioni di qualità artistiche ed umane che lasciano intuire, come la punta di un iceberg, di un sommerso genuino, di qualità, originale e autenticamente diverso. Preferisco sempre i secondi casi rispetto ai primi anche se non è sempre facile scorgerli. Preferisco anche l’originalità e l’anticipazione rispetto all’omologazione.

Due suggestioni mi appaiono adeguate a poter fungere da corollario a queste mie preferenze in ordine al significato “successo”.

Qualche decina di anni fa col gruppo scout romano di cui facevo parte organizzammo un campo di servizio (volontariato) estivo di una decina di giorni presso una struttura di lungodegenza per disabili fisici e/o mentali nelle Marche, ricordo fosse nel comune di Porto Sant’Elpidio. Campeggiammo con le nostre tende tra il mare marchigiano e il grande edificio. C’eravamo prefissati di tentare di rivolgere attenzioni a taluni ricoverati passando del tempo con loro in attività ludiche o di semplice compagnia. L’unico “time out” giornaliero che ci concedevamo era un bagno al mare. Ricordo come se fosse oggi quello che ci disse il primo uno degli infermieri professionali in servizio: “Le persone che hanno più bisogno di voi e del vostro tempo sono quelle che non vi cercheranno subito; anzi quello che lo faranno saranno quelle che hanno meno necessità“.

Cosa voglio dire ? Semplicemente che se si vuole andare in profondità e nell’intimità delle cose, nel loro significato più autentico, bisogna spesso scrostare la patina di quello che si vede, di quello che appare. Quello che arriva subito ed è capace di creare consenso immediato e dunque le condizioni di un risultato (un’assistenza richiesta ed ottenuta) non sempre corrisponde a quelle di verità, alle finalità ultime, alla ricerca di effettive necessità: si corre il rischio di raschiare semplicemente il fondo del barile (delle risorse disponibili).

Per inciso, nel corso di quell’esperienza, sono state più le sere che ho pianto tornando in tenda di quelle che abbiamo festeggiato: innanzi alle condizioni in cui mi imbattevo mi ribadivo quanto fossi fortunato nella vita che avevo appena cominciato e a non avere ancora familiari con gravi deficit fisici o psichici.

La seconda suggestione è quella della carriera di un’artista come Rita Bellanza. Partecipando all’edizione numero undici di XFactor ai bootcamp cantò il brano di Vasco Rossi “Sally”. Fu un’interpretazione tanto intensa quanto emozionante. Rita Bellanza con una voce profonda e a tratti anche graffiata cantò con un’intenzione non comune. Agnelli e Maionchi non trattennero le lacrime e Levante, il suo giudice, si meravigliò con gesti espliciti del suo talento.

“È come se Vasco Rossi avesse scritto la mia storia, non quella di Sally” avrebbe poi detto Rita Bellanza sul palco del Bootcamp. La sua storia l’aveva raccontata nella sua prima apparizione a X Factor, alle audizioni (presentata come Sophia Rita Eugenia Bellanza, disoccupata), dove ha partecipato con Baby can I hold you di Tracy Chapman, ottenendo quattro sì da parte dei giudici. Calabrese di origini, da piccola era rimasta sola e si era trasferita al Nord nella comunità Arcobaleno per poi essere affidata a tre famiglie. Nell’ultima, residente a Riva di Solto in provincia di Bergamo, Rita aveva finalmente trovato la tranquillità, si era sentita a casa e aveva iniziato a coltivare la sua passione per il canto.

Forse, dunque sentiva quel brano, ne aveva colto lo spirito, non solo la musicalità. Rita non era semplicemente Sally, forse quest’ultima nell’intenzione di Vasco Rossi era una donna come Rita e Rita l’aveva capito. L’arte, la capacità di rendere, di immedisimarsi, di indossare una maschera per entrare in dialogo emotivo con chi in quel momento l’ascoltava aveva raggiunto un’apice. La partecipazione a quell’edizione, complici anche la pressione di forti aspettative e qualche assegnazione sbagliata, la portarono all’eliminazione e, di più, a forti critiche al limite dell’odio di chi prima sui social l’aveva invece osannata. Il successo ? Quello ufficiale avuto con l’interpretazione di “Sally” a sei anni di distanza, qualche collaborazione illustre e qualche apertura di concerti di colleghi più famoso, non si è più ripresentato per Rita Bellanza.

Rita Bellanza

Si può dire che la cantante, che emozionò anche me, non sia (stata) di successo ? Possiamo dire che il concetto di meteora astronomica sia, in modo proprio, applicabile anche agli artisti e agli esseri umani in genere ? Rispondendo negativamente a questo secondo assunto viene da dire che non si è meteora se ancora qualcuno ricorda tramite una sola sua opera la figura di un’artista. Come solo la ricerca di sintonia che non si ferma alle apparenze è quella capace di andare oltre ai convenevoli delle presentazioni, di intercettare e creare possibili bisogni e dunque connessioni profonde capaci di andare oltre il tempo fisico. Una meteora, per paradosso, potrebbe essere per sempre e anche solo per un’azione cogliere l’iceberg tramite la sua punta; altrettanto coltivare la capacità di cogliere ciò che è sommerso potrebbe aiutarci a dare sostanza e distinguere il significato delle punte in cui le nostre esistenze hanno la ventura di imbattersi. Il successo allora cos’è ? Oggettivamente non lo so cosa sia e forse, al termine di questo post, non mi interessa neanche più definirlo; per me, ad esempio, è togliermi le scarpette di arrampicata alla fine di una via (e non ho nemmeno scritto la parola “vetta”).

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