Giurare di essere o divenire qualcuno è qualcosa di veramente impegnativo. Sappiamo spesso come le promesse quelle di amore eterno verso le compagne o i compagni non solo siano veramente difficili ma, certe volte, terribilmente impossibili da portare a termine. Troppo spesso quel sentimento altissimo rimane un “legato” dalla persona che dice di provarlo alla persona verso la quale è rivolto. Ma le persone cambiano; anzi proprio mentre sto scrivendo ogni mio atomo di cui sono composto è cambiato dal momento nel quale ho pensato di scrivere questo articolo. Troppo spesso, altrettanto, quelle promesse di amore sono o divengono solo una patina esterna, esercizio di mera pubblica virtù. Perché ammettere di essere cambiati o che qualcosa è cambiato non solo fa paura ma può divenire persino sconveniente. La promessa di essere o divenire qualcosa o qualcuno, di modellare verso obiettivi nobili il proprio essere è cimento irto di errori (da cui si impara) ed ostacoli (che se affrontati corrono il rischio di migliorarci). Spesso pensiamo alle promesse solo come fatti relazionali, come scambi.

Per altro verso, ho già scritto, ricordando la figura dello scrittore Cormac McCarthy recentemente scomparso, di “come i limiti come i confini ci siano, siano importanti perchè non senza sacrificio, dolore e momenti di cruda solitudine possano essere attraversati e superati, portando a percorsi individuali e fors’anche collettivi di crescita.” Ma soprattutto, sintetizzando uno dei suoi più bei libri “Oltre il confine”, come nelle nostre professioni, nelle nostre vite, persino nei ruoli che la vita ci fa interpretare o scegliamo di vivere quello che facciamo è cercare di portare le nostre convinzioni più intime e profonde, quelle che sentiamo più autentiche e vere, a casa loro e a tenerle in qualche modo splendenti e ancora vitali. Ciascuno di noi in questo mestiere del vivere il suo tempo, ha il bel compito, con enorme pazienza, di sfamarle e farle bere, di affidarvisi nei momenti meno felici e trarre da loro la forza per andare avanti. Magari nostro padre ci ha detto qualcosa di leggermente diverso – “uccidi e torna a chiamarmi’ come ad esempio fare ‘economia e commercio e poi trovare un posto fisso’ – e noi costituiamo un piccolo momento evolutivo, una novità diversamente ma felicemente positiva. E il viaggio e i messicani, chi s’incontra per strada, può non capire subito, può persino volere la morte di quello in cui crediamo e cerchiamo di praticare, può anche esporci ed utilizzarci al baraccone del consenso, modello talk show,scommettere con le nostre idee ma quello che non dovremmo mai rinunciare è quello di rivendicare il nostro viaggio, il nostro percorso, l’originalità della nostra esistenza e delle nostre convinzioni che sentiamo più profonde. Non dovremmo rinunciare, pur nel dialogo con gli altri, con ‘i bastante’ ad avere le palle, non permettendo a nessuno di farci del male, di dire: ‘Es mia’.” “E’ la mia strada” anche se affermare questo ci potrebbe far superare quelli che sono i nostri limiti, le nostre storie e tradizioni sin la’ maturate, quelli che ci appaiono i nostri confini.
Allora, mettendo in fila le due premesse di cui ho fatto cenno, mi viene in mente, pensando all’ennesimo giuramento di nuovi agenti di polizia a cui ho partecipato, come quel giurare è una promessa che si fa davanti a tutti, davanti al rappresentante del Governo e delle istituzioni in loco che la ricevono, ma quasi sempre ci si riflette e, soprattutto, si adempie in momenti di drammatica solitudine e, qualche volta, di lacerante conflitto. Non confonda il fatto che giurare di fare qualcosa possa essere essere considerato, banalmente, meno impegnativo che essere qualcuno o provare qualsivoglia sentimento. Osservare lealmente la Costituzione e le altre leggi dello Stato è fatto più intimo di quello che si pensi, è un credo laico. Non facile, anzi difficilissimo. Gli amori possono anche finire, le promesse di amore possono anche infrangersi sugli scogli delle difficoltà e dei cambiamenti ma giurare di essere custodi ed esecutori in primis della Costituzione verso ogni cittadino e coloro i quali si trovano a stare in Italia è cosa talmente tanto alta che non possiamo correre il rischio di confondere l’amore con l’innamoramento. Invaghirsi di un mestiere così difficile potrebbe essere il frutto di uno slancio iniziale; amarlo, invece, significa acquisire piena consapevolezza di quante energie richieda e di quanto il consenso, i lustrini, le pailletes, l’approvazione sociale possano solo essere o facili scorciatoie o specchietti per le allodole; utili per accontentarsi o nutrire il nostro ego più orgoglioso ma non certo utili per prendere le scelte più gravi, più impattanti, più determinanti. In questi casi dobbiamo mettere in conto di poterci ritrovare soli, talvolta controcorrente, sovente senza paracadute. Le copertine patinate quando si tratta di osservare la Costituzione e le altre leggi dello Stato potrebbero non bastare.
Il maneggiare i beni della libertà e dell’incolumita’ fisica di uomini e donne, nel rispetto di tutte le leggi è compito di estreme delicatezza e probita’; la prolificazione e il continuo cambiamento dei testi di legge non aiuta, anzi peggiora le cose, assieme alle mille interpretazioni che la giurisprudenza ne fa. Però un’idea semplice vorrei che rimanesse: sapete qual è la funzione storica affidata alla legge negli ordinamenti democratici e negli stati di diritto ? Quello di limitare il potere, quello di porre paletti a chi esercita il potere, quindi quello di proteggere il popolo, ciascun di cittadino, da chi volesse abusare delle funzioni a lui affidate, da chi volesse deviare dai compiti o profittare di una semplice situazione di forza. La legge ha come destinatari, come primi e naturali destinari i poliziotti: ci dice che abbiamo dei poteri/doveri, delle facoltà, per proteggere ciascun cittadino ma ci dice che questi poteri non sono illimitati e vanno esercitati in modo da non farli divenire, anche a fin di bene, proprio l’esatto contrario, strumenti di oppressione. La selezione dei mezzi in questo caso riveste altrettanta importanza di quella di avere ben chiare le finalità della professione. Il fine “rende giustizia” ai mezzi.

In compenso un’asticella messa così in alto, un processo di costruzione di noi stessi così ambizioso potrebbe davvero portare ad entusiasmanti miglioramenti personali. Uscire dalla propria comfort zone con l’ambizione di fare al meglio un mestiere così delicato può aiutare non solo ad essere migliori ma anche, col tempo e senza fretta come un’autorevole ma non appariscente gocca d’acqua, levigare in meglio la roccia che ci circonda.
[…] Giuro (1127) […]
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