Ecampus, Unicusano, Università popolare degli studi di Milano, Pegaso, Università Telematica G. Marconi e chi più ne ha più ne metta: comunque tutte Università di stampo privato e/o telematiche che dal 2003 hanno potuto avere rapporti di presa d’atto o di autorizzazione col MIUR, convenzioni con Ministeri e uffici pubblici, che rilasciano titoli scolastici, accademici e/o post laurea più o meno riconosciuti. Molte ricevono anche forme di finanziamento pubblico. Non si contano più gli “scandali” (per carità tutti ancora da chiarire) che le riguardano: esami non sostenuti dai lauerati o facilitati, professori con curriculum discutibili o senza abilitazioni, rapporti con la politica a dir poco opachi. Addirittura il caso di una persona che lavora per un ente che doveva controllare la qualità dell’offerta formativa delle università telematiche che poi diviene presidente di un loro consorzio. Per tutte permangono, proiettati ben oltre il periodo pandemico, fortissimi dubbi sulla qualità dell’offerta formativa e, dunque, sulla preparazione degli studenti. È troppo dire “pezzi di carta”, filigranati e con un buon colore di stampa, ma pur sempre meri “pezzi di carta” ?
Cambio di scena. Cosa significa il valore legale del titolo di studio e cioè il riconoscimento che fa il MIUR ? Il valore legale del titolo di studio nasce con l’idea di introdurre una sorta di marchio di qualità concesso dallo Stato alle università per garantire ai cittadini la qualità della formazione universitaria. Una garanzia per i cittadini che si servono di professionisti, ma anche per le imprese e il settore pubblico che assumono laureati con il “bollino” di qualità sulle competenze e su curricula certificati. Ma quando ormai da un ventennio assistiamo ad aumento, quasi esponenziale, non solo dei players fisici ma anche di quelli telematici nell’offerta universitaria è possibile pensare ad un sistema di controlli generalizzato ed efficace che non solo certifichi gli standard iniziali ma verifichi la permanenza dei medesimi per i diversi soggetti “convenzionati” ? Sempre più improbabile che ciò accada. Oggi infatti i titoli di studio sono solo formalmente uguali. Ma lo iato tra valore legale e valore reale del titolo è un fenomeno ben conosciuto a maggior ragione oggi con la proliferazione delle lauree on line come quello, in buona sostanza, già di una certa anarchia certificativa “voluta” dai nulla osta progressivamente rilasciati dal MIUR.
Se già cioè oggi chi si laurea in un ateneo o in un altro in Italia non ha effettivamente la stessa preparazione e soprattutto non ha le stesse chance sul mercato del lavoro che senso ha non superare il tabù del valore legale ? La sua abrogazione potrebbe invece dare una ventata di aria fresca alla formazione universitaria, lasciando che il mercato faccia da regolatore del valore della laurea nella sostanza e non nella forma. Il corollario sarebbe poi quello della concorrenza tra gli atenei con quelli più virtuosi – perché hanno i docenti e le strutture migliori e spendono meglio i fondi a disposizione – che diventerebbero i più ambiti dagli studenti per laurearsi e dalle imprese per assumere. Prima di iscriversi lo studente prima di tutto si informerebbe sulle performance dell’università. L’abolizione del valore legale farebbe esplodere le diseguaglianze? No, semplicemente le rivelerebbe! La società, l’economia, le famiglie, i ragazzi tramite l’esercizio del diritto di conoscere l’offerta formativa reale, non coperta dal pietoso velo burocratico del valore legale dei titoli disvelerebbero semplicemente gli atenei meritevoli dell’iscrizione da quelli che non la meritano. Il passaparola tra pari sarebbe il bel gioco nel mercato dei players che domandano formazione.
Il sistema non sarebbe in contraddizione, infatti, con un sistema di aiuti (borse di studio) pubbliche a studenti di famiglie non abbienti ma comunque meritevoli. Che dire poi del risparmio che si produrrebbe dal disimpegno di denaro pubblico dagli attuali carrozzoni e dalle odierne baronie accademiche col bollino legale. Il mercato del lavoro (la selezione privata) e gli esami di stato per l’accesso alle cariche pubbliche selezionerebbero gli atenei in grado di fornire la formazione migliore.
Non solo. Tra gli effetti ci sarebbe anche che con lo stop al valore legale chiunque potrebbe accedere ai concorsi pubblici indipendentemente dagli studi compiuti. Il discrimine è solo l’effettiva preparazione che gli farà superare o meno l’esame.

Per farla breve il fatto (economico) ha già superato ampiamente quello formalistico legale e conosciamo tutti il valore reale di un ateneo rispetto ad un altro o per dirla con le parole di Luigi Einaudi: “Ho interrogato parecchi giovani americani sul problema della disoccupazione nel mondo universitario americano e vidi che la domanda non era neppure capita… i milioni di baccellieri e di masters, i quali escono dagli istituti universitari americani, sanno che il diploma non dà diritto a nulla… in me è sempre vivo il ricordo del 1926, quando, per invito di un noto economista, visitai un suo podere in uno stato del centro. Nella stalla, il vaccaro mungeva la mucca. Il collega, dopo averlo presentato, aggiunse: “Questi è un diplomato della mia università”. Come costui, nove decimi dei diplomati americani non sognano neppure di fare gli intellettuali solo perché hanno frequentato una Università e in essa si sono diplomati”. Con questo non intendo disconoscere il valore morale di giovani con un solido percorso di studi ma di certo è necessario andare oltre un sistema che si basa ancora su Regi Decreti di quasi cento anni fa (oltre che, come contraltare, su un’altissima discrezionalità amministrativa ministeriale).
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