Ritorni e approfondimenti. From gioventù to Monte Bianco.

Ci sono amori che non si dimenticano, che tornano e ritornano. Come direbbe uno degli appartenenti romani della setta dei poeti estinti, Antonello Venditti: “Certi amori non finiscono. Fanno dei giri immensi e poi ritornano. Amori indivisibili, indissolubili inseparabili.” E qui, nel mio dire, prescindo la proiezione dell’amore ma intendo proprio concentrarmi su quell’attitudine che possiamo sviluppare ed approfondire: concentrare la propria energia vitale verso qualcosa o qualcuno che ci fa star bene e che, al tempo stesso, veneriamo, rispettiamo, a cui riusciamo a donare felicemente del tempo. Gli “amori” in questo senso spesso coincidono con la più approfondita conoscenza di noi stessi in una determinata fase della nostra vita. Così in questi giorni mi è capitato di riflettere sul come e sul perchè nel 2020 ho deciso, insistentemente e con un deciso salto di qualità, di riprendere a frequentare la montagna. Era una semplice “presa di posizione” oppure era semplicemente la “reincarnazione” di qualcosa che già esisteva non solo nelle mie fibre muscolari ma in quelle neuro-cerebrali o per chi ci crede (mi annovero tra quelli) nella più bella sintesi delle due, quelle cardiache ?

Monte Bianco 2020, 4810 m. slm.

Certo, dall’anno precedente, di molto ha inciso nella scelta un desiderio di darmi un obiettivo per una “remis en forme” dopo un periodo lavorativo bello, anzi bellissimo, ma assolutamente totalizzante che mi aveva portato a trascurare, a quel punto, non solo l’aspetto fisico ma soprattutto l’alimentazione e l’esercizio fisico utili ad una buona salute. Ma perché proprio la montagna e l’alpinismo ? Perchè non il ciclismo o il nuoto ? O la semplice corsa ? Oppure fare come fanno molti andare quelle due o tre volte a settimana in palestra ? C’era sicuramente di più nella mia scelta. Bastava semplicemente tornare indietro. Ricordare (non semplicemente fare memoria) non è sempre facile e deve essere attività capace di scavare, far venir fuori e comunicare le emozioni più profonde ed intime.

Così ho ricordato come da giovane le mie esperienze scout e quelle fatte con gli amici della periferia romana mi avevano già portato a frequentare la montagna, quella degli appennini del centro Italia: il Terminillo, il Parco Nazionale d’Abruzzo, il Gran Sasso, poco più a sud il massiccio del Sirente. Nelle mie corde, non solo emotive, c’erano già il verde dei boschi, il grigio-bruno delle rocce, il bianco della neve. Di più c’erano le emozioni provate durante lo svolgimento di queste esperienze.

Terminillo, 2217 m. slm.

Mente e cuore sono andate dirette a quando mi alzavo prima di tutti, uscivo dalla tenda, e qualche decina di minuti prima dell’alba mi facevo quei 50-100 metri di dislivello per andare a guadagnare la migliore posizione possibile, oltre il luogo dove eravamo accampati, per vedere il sole sorgere, per godere proprio dall’inizio la giornata e magari andarci con la mia “lei” o con quella che desideravo lo divenisse. Per carità non sono mai stato un’asociale, anzi, ma non vedevo l’ora che serate attorno al fuoco, tra il suono delle chitarre, i canti e i balli, finissero per poter avere il giusto riposo in vista delle camminate del giorno dopo. Amavo la natura e le emozioni che era capace di trasmettermi: dalla nostalgia per la famiglia (e per le comodità di casa) durante i tramonti, all’adrenalina delle sfide, alla paura per l’esposizione e il vuoto percepito o reale che esso sia, allo stupore per i panorami più estesi e maestosi. Nelle mie immagini più evocative della gioventù vi erano anche i bivacchi estivi col sacco a pelo appena sotto la vetta di alcune cime appenniniche o tra i rumori tipici dei boschi lungo un percorso fatto con bussola e carte topografiche alla mano.

Ogni tanto mi provocava il giusto piacere anche semplicemente “trasgredire” le disposizione dei più grandi, degli accompagnatori: per carità niente di eccessivo ma camminare, torce alla mano, due tre o ore, per andare a farmi una mangiata, assieme ad una pattuglia di amiche e di amici, di cornetti caldi appena preparati dal forno del paese più vicino aveva uno suo perché. Così era stato per le uscite al lago di Bolsena e in qualche altro luogo di mezza montagna.

Di più ho ricordato come forse avessi sviluppato (o forse era già una dote naturale) una capacità a sopportare la fatica; qualcuno potrebbe dire anche alla sofferenza quando si marcia in montagna. Ero solito, infatti, caricare le mie spalle non solo degli scomodi zaini degli anni ottanta, quelli fatti con amplissimi e rigidissimi scheletri esterni, ma sopra di loro in una zona delimitata da collo e spalle, anche del “guscio interno”, la c.d, casetta (che da umida forse finiva per pesare il doppio), delle prime tende Ferrino da 8 posti o anche la “palineria” capace di lasciare segni fisici sul collo. Ore di cammino su sentieri più o meno scoscesi, carico come un mulo, mi avevano temprato. Uno o due week end al mese così sicuramente avevano “allargato” e reso più forte il mio garrese ma anche la mia cocciutaggine, la mia volontà di raggiungere gli obiettivi, fossero solo quelli di arrivare alla piazzola dove montare la tenda.

Avevo già cercato di assecondare questo mio amore. Da giovanissimo volevo farne una professione: l’attrazione per la natura e per gli animali mi avevano interessato al mestiere del veterinario ma vicissitudini familiari mi hanno costretto a virare su altri percorsi, dei cosiddetti piani B. “In fondo non è importante quello che si fa ma come lo si fa e le lezioni e i miglioramenti che si possono ottenere e far ottenere.” era quello che mi sono ripetuto, non a torto, per tantissimi anni. Nell’anno 2020, alla soglia dei 50, invece il mio vero ed intimo essere si è rifatto vivo. Troppi “panorami lavorativi” mi sono via via apparsi distonici dalla bellezza che si può conquistare e di cui si può essere costruttori e parte attiva e dal merito. Così nel corso della primavera del 2020, quando ancora non vi era neanche speranza per la fine del lockdown, ho rilanciato la delusione che mi era piombata addosso per l’interruzione del corso di alpinismo organizzato dal Cai di Piacenza: avendone letto alcune bellissime relazioni dal suo sito ho contattato la guida alpina Alberto De Giuli per proporgli l’obiettivo entro l’estate di salire sul tetto delle Alpi. Lui, dopo avermi scoraggiato alla prima mail di risposta, ha forse capito la mia motivazione e, dopo Gran Paradiso e qualche cresta sul versante italiano, mi ha spronato (non solo accompagnato) per il raggiungimento da quello francese dei 4810 metri del Monte Bianco.

Certo sono state una primavera ed un’estate di preparazione e di sacrificio, quelle del 2020, caratterizzate poi da allenamenti fatti in casa per via delle chiusure di palestre e di limitazioni alla circolazione esterne. Ma dopo quell’anno sono seguiti Marmolada, Dente del Gigante, Cervino, Gran Combin, Auiguille Croux e qualche altra cima “minore” e poi l’arrampicata in falesie e sulle vie di più tiri. “Certi amori non finiscono. Fanno dei giri immensi e poi ritornano. Amori indivisibili, indissolubili inseparabili.“: ogni amore, se autentico e vissuto intensamente, sembra non sottrarsi a questa “legge”.

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