Diciamolo il mal di Nepal mi ha già preso sulla scaletta dell’aeroporto di Kathmandu. La sensazione è quella di aver messo il becco su una realtà non solo alpinistica ma umana e sociale che è stata capace di scavare su alcuni paradigmi con cui si svolge (o meglio lascio “travolgere”) la mia, la “nostra” quotidianità. Mi era capitato così con l’Africa. Ho sentito ed ascoltato, ho guardato ed osservato, ho parlato e dialogato ma penso non sia stato abbastanza. La “suadade” è molta e in parte anche dovuta al contesto aspro e poco comodo in cui si è svolta la missione nepalese.
La voglia di tornarci è davvero forte. Il segno premonitore il 24 ottobre si è anche manifestato: con me Laura Zanoni sulla medesima combinazione di vettori aerei, viaggiava Silvio, detto Gnaro, Mondinelli, una leggenda vivente dell’alpinismo italiano (il secondo italiano dopo Messner ad avere scalato tutti e 14 gli 8000 senza l’ausilio dell’ossigeno) con cui ho potuto scambiare qualche parola.

Certo che tornato a molta valle nulla, per ora, mi appare come prima (della partenza). Persino la città nepalese è stata capace di farmi riflettere.