SOTTOTITOLO: “Far succedere l’insuccssso”. Ho già scritto su questo blog di quanto ritengo le categorie di fallimento e di successo siano categorie logore e molto spesso legate ai gusti, a quello che ne pensa la gente, all’audience, talvolta connesse a mode tanto volatili quanto effimere. Neanche l’oggettivita’ di un risultato sportivo è in grado di esprimere il valore di una prestazione singola o di gruppo ovvero riassumere l’intera parabola di una carriera di un giocatore. Cosa è il successo ? Cosa è il fallimento ? Se prendessimo cinque persone, nostri amici o conoscenti a caso, non ne otterremo probabilmente una definizione univoca. Epperò se uno si pone degli obiettivi concreti misurabili e possibili in un dato periodo di tempo possiamo dire, ragionevolmente, che un fallimento, del tutto personale, possa essere dato dal loro mancato raggiungimento oppure, di converso, un successo sia dato dal loro raggiungimento. L’idea di organizzare una “missione himalaiana” era nata con Alberto De Giuli, già nel 2021 per l’anno successivo e finalmente poi realizzata, dalle sue proverbiali capacità aggregativo-organizzative per l’autunno del 2023. A lui e a me affascinava, dopo aver salito il Cervino italiano, arrampicarsi sul Cervino himalaiano: l’Ama Dablam.
Un vero e proprio sogno che sapevo, però, dover richiedere una preparazione fisica e mentale non indifferente soprattutto alla mia età dove la biologia del corpo non può più essere condizionata come a 20 o 30 anni e dove le abitudini possono portare ad una certa sazietà caratteriale o motivazionale. Da quattro anni a questa parte, rubando spazi ed orari al lavoro, cerco sempre di allenarmi in ambiente, in città o in palestra; ho voluto, tranne le parentesi dovute a qualche malattia, come il covid, dare continuità perlomeno a quella forma che mi aveva consentito di salire con Alberto qualcuno dei 4000 della catena delle Alpi.

All’inizio dell’estate di quest’anno si verifica il primo contrattempo (definizione che sta un po’ stretta): definita già la partecipazione alla spedizione ed iniziata la parte di preparazione più specifica e tecnica, con la lunga ascesa (e discesa) alla Cima Grande delle Tre di Lavaredo, mi sono infatti infortunato in modo serio alla caviglia sinistra scendendo dall’arrampicata sull’Ortles. I tecnici, dopo la diagnostica di rito, dicevano che fosse di terzo grado con la rottura del tendine peroneo-astragalico e l’interessamento traumatico di altri due. Forse nemmeno 24 ore di scoramento e, calcolati i tempi di recupero in 2 o 3 mesi dopo una primissima settimana di sola camminata da quasi invalido con l’ausilio di un bastoncino da trekking, mi ero messo a fare delle attività aerobiche e anaerobiche che non sollecitassero la caviglia. Prima cyclette, poi le scale della Tecnogym in palestra intervallate da un programma riabilitativo ad hoc mi avevano concesso di mantenere livelli più che buoni di prestazioni aerobiche e di concedermi dopo poco più di un mese dal serio infortunio la salita, compreso un tentativo, su un 4000. La tenuta complessiva mi era infatti confermata dell’ascesa con un tempo dignitosissimo, alla mia età, alla Capanna Margherita. In Agosto nelle giornate festive mi ero messo a fare del dislivello appenninico. Certo la reintroduzione di certe attività, come ad esempio la corsa su tapis roulant o su strada, temporaneamente mi aveva riacutizzato dei dolori o fatto rigonfiare la zona interessata. Non mi ero lasciato scoraggiare curando la caviglia con terapie caldo-freddo, magnetoterapia quotidiana, anti infiammatori locali, l’esecuzione giornaliera di esercizi di recupero funzionale mirati. Alla quell’infortunio di inizio di Luglio mi aveva solo messo alla prova in termini di motivazione ma soprattutto aveva risolto, in senso nuovamente positivo, il mio amore per la montagna.
Invece una notizia di cronaca piacentina, in settembre, poco prima della partenza prevista per il successivo 8 Ottobre mi aveva messo in crisi. Una di quelle notizie che non possono non interrogarti, non possono non porti delle domande non solo sul contesto nel quale vivi ma su quello che sei stato capace di fare, lasciare in eredità, di come sei riuscito a farti comprendere. Ne avevo dialogato con quache amico alla partenza, pure mettendo in dubbio la mia partecipazione alla spedizione. So che altri, attorno a me, finiscono per ignorare questi stimoli, pensando di non averci o non aver mai niente a che fare, semplicemente autoassolvendosi o puntando un indice contro qualcun altro o qualcos’altro. Io semplicemente non ci riesco. Finisco sempre per indagare possibili cause, il mio eventuale contributo, compreso l’aver tollerato od omesso di fare qualcosa.

Ho risolto la crisi pensando che la conferma della partecipazione a questa “missione” himalaiana avrebbe potuto concorrere a darmi qualche spunto, qualche suggerimento interiore, qualche riflessione utile alla causa, al mio miglioramento. Così l’8 Ottobre ero pronto con alcuni dell’allegra brigata italoamericancanadese a partire dall’aeroporto di Bergamo alla volta di Kathmandu. Il programma, in parte collettivo e in parte individuale, avrebbe previsto un trekking iniziale, via via sempre più impegnativo in ragione delle altezze raggiunte, fino alla zona del Khumbu Icefall dove si installano, nella stagione, i campi base per l’Everest e il Lotse. Poi, dopo l’acclimatamento progressivo ai 5000 metri, doveva venire la parte conclusiva più alpinistica: il Lobouche Peak e poi l’Ama Dablam dovevano essere i miei, i nostri obiettivi.
Come il diario pubblicato su questo blog ha cercato di illustrare, tecnologia permettendo, è andato tutto per il meglio sino alla giornata della salita all’Everest Base Camp. Mi sentivo molto bene fisicamente: durante il cammino anche coi dislivelli maggiori ero ampiamente davanti a tutti i componenti dell’allegra brigata e persino ad alcuni dei nostri sherpa nepalesi: il training aveva dato i suoi frutti. Naturalmente mi aspettavo, così come è poi succssso, che i rapporti si sarebbero invertiti tra noi e i portatori ma soprattutto gli sherpa: noi in corso di acclimatamento loro acclimatati per abitudine a queste altezze e forse anche per genetica. Da quella giornata in poi, meglio da quella nottata in poi, tutto è cambiato, in peggio per il mio fisico. Purtroppo, come altri della combriccola, sono stato colpito da un raffreddore-influenza che a 5000 metri e più mi hanno lasciato in tre notti solo 6 ore di riposo. Nonostante tutto sono salito al campo base avanzato per il Lobouche Peak. Senza alcuna ulteriore ora di riposo nella tenda e in condizioni pessime all’una della notte ho deciso, poi, di rinunciare a partire per la vetta.
Provo a spiegare quello che mi è accaduto durante la notte in quelle decisive 72 ore: purtroppo la quota ha amplificato negativamente quella che sarebbe stata un quasi una sciocchezza respiratoria al livello del mare. Senza avere la pretesa di scientificità assoluta a determinate quote la saturimetria si abbassa. Quando saliamo in quota, ad esempio a 3000 metri sul livello del mare, la riduzione della pressione parziale di ossigeno può portare il valore della saturazione da 98% a 90% (chiaramente con variazioni individuali).In alta quota anche i sani hanno un calo di SpO2. In assenza di ossigeno supplementare tra 3500-5800 la SpO2 puo’ scendere anche sotto 90%.
Se aggiungiamo infatti a questi effetti quelli ostruttivi dell’accumulo del muco nelle spire nasali e nelle prime vie respiratorie è evidente come di notte, a causa della fisiologica diminuzione di intensità e profondità degli atti respiratori, come i miei livelli di saturazione del sangue è probabile che siano arrivati a livelli così bassi da considerarsi patologici; che il mio corpo a ritenuto patologici.
A tali livelli ho infatti registrato per tre notti, quasi un senso di asfissia, con meccanismi neuro-ormonali di risveglio per cominciare a riattivare la respirazione di tipo volontario. Alla fine sono stati così tanti ed angosciosi questi risvegli che quasi quasi ho desiderato non riaaddormentarmi più. Anzi ho combattuto tra il desiderio vero di un sonno ristoratore e il timore di un imminente nuovo traumatico risveglio in completa apnea.
Nella giornata di ieri è poi venuto il momento della scelta. Ridiscesi a quote, si fa per dire, più basse e cioè ai 4200 del villaggio di Periche mi sono preso qualche ora per riflettere se trasferirmi presso il campo base, assieme ad Alberto, dell’Ama Dablam. Nella notte ho dormito di più, circa 6 ore, e meglio, ma ho deciso di forzarmi ad ancorare la decisione solo su parametri che consideravo oggettivi: avevo ancora i sintomi evidenti di un raffreddore-influenza ? C’era la probabilità che essi non svanissero prima delle rotazioni nei campi più alti lungo l’ascensione dell’Ama Dablam ? Se essi non fossero andati via avrebbero condizionato non solo la mia ascesa ma la sua sicurezza ? La permanenza del raffreddore-influenza avrebbe ridotto le chance di Alberto ? Risposto quattro volte affermativamente a questi quesiti non ho fatto altro che comunicare il mio ritorno anzitempo a Kathmandu.
In queste ore, intento ad anticipare il volo di rientro in Italia, vado ad interrogarmi nella mia stanza d’albergo. Per ora la risposta che ho trovato è nel messaggio che ho mandato a Sangay Sherpa; “[…]Tutti iniziano con un desiderio, con una vetta fisica da scalare: in fondo l’alpinismo è proprio questo andare verso ciò che è bello, ciò che è impegnativo per conoscere meglio se stessi e i propri limiti. Oggi, questo maledetto freddo che mi costringe ad apnee notturne frequentissime e a un riposo insufficiente, a queste altitudini che non mi sono congeniali, in realtà ha fatto sì che la vera vetta da conquistare sia ststa per me la vera conoscenza degli altri, di un altro Paese, del Nepal, la religione nepalese e quella buddista. […]”

So che non mi basterà. Anzi già so che non mi basta. La spedizione è stata un fallimento ? Vorrò tornare qui e con chi per completare la motivazione iniziale ? L’alpinismo a questi livelli con questi progressivi e lunghi discomfort fa ancora per me, alla mia età ? Mi dovrò “accontentare” di altre esperienze ? Dovrò eventualmente cambiare qualcosa nel mio approccio mentale e di allenamento? In definitiva è giusto considerare l’alpinismo, spesso metafora di vita, e gli obiettivi che ci si è dati come un’ossessione? I sogni possono rimanere tali o dobbiamo smettere, prima o poi, di sognarli e soprattutto inseguirli ?
In attesa che qualcuno mi aiuti, Namaste a tutti i lettori ma soprattutto in bocca al lupo Alberto.
Noooooooo.. i sogni sono vita. E questo non e’ impossibile da raggiungere…. forse … puoi darti qualche anno per allenarti in modo piu mirato anche mentalmente e poi farti il regalo di pensione… prendendoti i giusti tempi.. lenti… perche’ a quelle altitudini il fisico ha bisogno di tempo.. tanto tempo…. di testa, tanta testa…. quindi sogna … sogna sempre.. ti conosco e so che ci arriverai.. ps.. hai fatto le scelte giuste, ti ammiro anche per questo!
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[…] linea di febbre stanotte mi ha fatto sudare. Credo che, seppur con rammarico come ho scritto nel precedente post, abbia fatto bene a rinunciare alla salita dell’Ama Dablam. Per ora mi trovo nella capitale […]
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