Le donne (nepalesi). Giorno 6.

Il sesto giorno è sempre dedicato al trekking di avvicinamento ai campi base. Poco più di 600 metri dislivello da Namche Bazar a Tengboche che ci portano a pernottare alla soglia dei 4000 metri. Gli agglomerati di case si fanno più rarefatti, i saliscendi diminuiscono lasciando spazio a sempre più costanti rampe, che mettono alla prova le capacità aerobiche, la vegetazione si fa sempre più bassa ed esposta agli elementi. Ma durante il trekking anche i pensieri “tendono a tenere il passo e accompagnare la respirazione”. Così ho cominciato a tirare il filo di alcuni fotogrammi, ritenuti significativi, che ho trattenuto nella mia memoria. In questi giorni ho incontrato donne nepalesi nei diversi villaggi che facevano lavori duri, come quelli che noi ancora consideriamo più adatti agli uomini: ho visto donne, anche avanti con l’età, porter, caricarsi ceste stracolme di generi alimentari; donne letteralmente affannate a dissodare la terra da coltivare. Ne avevo fatto cenno con Dawa Sangay Sherpa: “the women work very hard in Nepal”.

Poi ho incontrato donne capo cuoche nelle strutture dove abbiamo pranzato o cenato. Ma in un paio di occasioni ho potuto apprezzare le capacità manageriali di donne che conducevano e dettavano i ritmi, con clientela e collaboratori, delle strutture alloggiative di queste parti, i lodge.

Ho visto nonne fare un pic nic pomeridiano in pezzo di terra alle pendici di Namche, con i loro nipotini giocare a qualche metro da loro.

Oggi lungo il sentiero ho incrociato, in un conglomerato di case, che fungono da classica stazione di servizio per i viandanti, una donna all’ingresso, quasi a dare il benvenuto, intenta all’aperto su una sedia a fare la maglia ai ferri. “Namaste” o “You’re welcome” era il suo intercalare con tutte le persone che passavano. Un’altra bambina dispensava sorrisi con tutti indossando un vestito tradizionale, probabilmente orgogliosa, lungo il piccolo villaggio.

Il presente (e dunque il futuro) in Nepal mi pare essere donna.

Per inciso, durante la visita ad un monastero buddista (ma ne parlerò in un prossimo post) ho potuto apprendere come anche le donne possano diventare monaco e magari, un domani, anche Lama. Non è la cosa mi appaia determinante però, per differenza anche solo culturale, qualcosa vorrà pur dire. Magari ha a che fare con una religione tutt’altro che violenta, anzi molto inclusiva, aperta e dalla ritualità diffusa, per certi versi persino intimistico-individuale e non schematica.

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