E’ secondo giorno a Namche Bazaar di acclimatamento. Prevista una sgambata di 400 metri di dislivello che ci porta, con una rampa pressoché continua, sino ad una terrazza panoramica dove è possibile vedere chiarissime le vette dell’Everest, accanto quella del Lhotse e dell’Ama Dablam.

I sogni cominciano a fare capolino. Non li visualizzi solo nella testa o guardando foto e filmati fatti da altri. Finalmente rientrano nella tua esperienza sensoriale e reale.
L’emozione è intensa: un misto di volersi mettere alla prova, timore e gratitudine di essere arrivati fin qui. Quattro anni fa non era neanche ipotizzabile un momento come questo. Nulla è impossibile.
Per pranzo siamo di nuovo all’Himalaian Lodge.
Il pomeriggio, grazie alla Seven Summit, lo abbiamo, invece, dedicato alla visita all’unico superstite della prima spedizione di Sir Edmund Hilary e Tenzing Norgay Sherpa che nel 1953 ha raggiunto per la prima volta l’Everest.

Kancha Sherpa, 92 anni, ben portati, con una calma ed una naturalezza invidiabili, ci ha raccontato che 20 enne per tre mesi da Kathmandu sino agli 8000 metri di South Everest ha portato carichi fino a 40 kg senza l’ausilio dell’ossigeno.
Oggi è il principale artefice di una fondazione che aiuta nello studio i bambini nepalesi, soccorre le popolazioni nelle calamità naturali, preserva la cultura dei sherpa e la montagna. Fonte d’ispirazione.