Non c’è niente da fare: si presentano e si ripresentano periodicamente. Sono dei cicli. Ci sono momenti in cui la storia, non solo la cronaca fatta di incomprensioni, sorrisi, più o meno velate irrisioni, persino accennati compatimenti (“quello è fatto così lasciamolo stare, tolleriamolo ma non diamogli retta più di tanto”) possono presentare il saldo di un interrogativo. È il più classico di tutti gli interrogativi: “avrò fatto di tutto per farmi capire ?” “Sarò stato capace di entrare nei cuori e nelle menti delle persone in cui mi sono imbattuto e di cui ho avuto la responsabilità?”. Non è quando rispondi negativamente a questi quesiti che il male, talvolta anche fisico, viene a trovarti ma quando, invece, rispondi in qualche modo positivamente e non sai trovare alcun anfratto nel quale avresti potuto pensare, parlare ed agire diversamente. Oppure lo stesso male si affaccia, da credente nelle con-vinzioni quelle che non lasciano sconfitti sul campo, quando ancora difetti in conoscenza e non riesci a capire chi possano essere i “vincitori di ieri” ma “perdenti di oggi” e i nuovi “apparenti vincenti”. Ho sempre creduto alla politica, al servizio nelle istituzioni, alle professioni come fatti culturali e quindi profondamente dialogici (democratici mi verrebbe da scrivere) quale antidoto alla chiusura, al rischio di settarismo, alla tentazione di un autocompiacimento eccessivo e spocchioso e, in definitiva, ai deliri di onnipotenza. Ho praticato dubbio e curiosità, lo studio dei fenomeni, la deduzione prima che l’induzione, il confronto serrato piuttosto che il monologo ma spesso ho dovuto alzare le mani, soprattutto con le persone che ritenevo e tuttora ritengo più vicine: nel breve periodo ho quasi sempre avuto modo di constatare che forme di consenso largo si concentravano e si fondavano su semplificazioni, persino banalizzazioni, inversione del rapporto tra i mezzi impiegati rispetto alle finalità ultime. Oggi appaiono vincenti persino gli atteggiamenti del “surfista”, quelli che cavalcando l’onda delle presunte o reali emergenze sembrano avere soluzioni alla “cinese” (low cost ma solo per loro che le propongono) per ognuna di queste emergenze, ma evitano di andare in profondità, di scevrare ogni questione, di trovarne l’importanza e il senso più vero ed autentico, se ci sono.
“Spesso il male di vivere ho incontrato” scriveva Montale. La natura dei dettagli era in realtà il suo specchio. Comprendo di più oggi il significato di questo breve componimento del premio nobel. Il senso di solitudine della foglia riarsa e lo strozzamento del rivo possono esser metafore di un male che ti viene a trovare nella forma del percepire l’assenza di ogni tipo dialogo, di tentativo di comprensione, dell’irrilevanza a cui sono state destinate non solo le tue riflessioni ma anche i tuoi esempi alternativi (qualificati quasi sempre come poco ortodossi). La foglia è sola, agonizzante, staccata dall’albero di cui potrebbe essere parte e non ha come destino che quello di essere progressivamente bruciata dai raggi solari; il rivo privo di acqua non può giungere alla sua naturale destinazione: l’incontro gioioso e rumoroso con altra acqua e in defintiva risolversi naturalmente verso il mare; anche il rivo non può dunque sentirsi parte.
Per questo ci sono momenti in cui il distacco e l’allontanamento potrebbero servire; il vedere da lontano e dall’alto questo male, ci dice il poeta, potrebbe aiutare. In me, l’apparente mancanza di speranza, spesso fa prevalere quel senso di “autodistruzione”, quella messa in discussione di tutto quello che forse si è creato, provoca un’intima assenza di certezze sul futuro, quella voglia di cambiamento radicale che porta ad essere spigolosi e taciturni; cose che potenzialmente possono aggravare, approfondire il male ovvero, al contrario, paradossalmente concorrere a trovare modi per risolverlo. E’ una sorta lacerazione interiore fatta di “non detti” o “poco detto”. Il “deserto” biblicamente aveva questa funzione: fare i conti con se’ stesso in completa solitudine e farlo spesso significava far “presentare” i propri diavoli interiori: la tentazione della divisione, dell’abbandono, quale soluzione. Spesso di questo male di vivere, con cui potenzialmente dobbiamo fare tutti i conti, ne vedo i sintomi predittivi anzitempo e, nonostante provi ad indicarli prima che in qualche modo anche indiretto venga a trovare anche me, ciò non sembra sortire alcun effetto. Ho quasi sempre provato ad immaginare e mettere in campo antidoti, ulteriori prese di coscienza, occasioni di confronto e miglioramento: il sentirsi “superiori” in ogni ambito non aiuta. Mi sembra, in questi momenti, non sia bastato.
Oggi credo che una riflessione ulteriore si imponga (a me stesso per primo). Essere ed apparire sconfitti non è mai disdicevole. Comprendere che, nonostante l’impegno che ci si mette, persino la sua durata, il dichiararsi (dalle cose, dal corso dei fatti, dai comportamenti degli altri, dalle proprie eventuali inadeguatezze) sconfitti, il dichiarare di non essere riusciti nell’obiettivo, anche quando questo è nobile, altissimo e non immediato, è la prima cosa che potrebbe servire a cambiare paradigmi. Volare nel cielo come il falco o la nuvola potrebbe voler dire anche in questi momenti ammettere, con sufficiente distacco, di aver fatto quello che si riteneva di dover fare o omettere o rinunciare (come ori e riconoscimenti) ma che questo non sia stato comunque sufficiente. Non è semplicemente un autoassolversi ma prendere atto di una finitezza umana. Anche questo esempio, queste ammissioni potrebbero, nel lungo periodo, diventare virali; potrebbero contribuire a superare queste visioni “machiste” e tipicamente maschiliste in cui non esiste mai sconfitta, mai dolore con cui fare i conti dovuto magari da scelte di altri o da nostri umani errori; tentare di “unificare” nell’accettazione anche del fallimento, dell’essere minoranza, del constatare persino la propria sostanziale irrilevanza potrebbe essere persino più produttivo che semplicemente continuare a perseverare nell’indicare strade, magari giuste ed ammirevoli, di soli successo e riuscita. Spesso, infatti, nelle storie individuali e collettive, queste seconde sono il frutto di passaggi, autenticamente vissuti e compresi, attraverso i precedenti più dolorosi. Imparare dagli errori significa “starci dentro”, non avere fretta di rialzarsi magari facendo finta che non sia successo niente. Significa ammettere che l’errore potrebbe far scuola o con le parole di Popper: rammaricarsi “di non essere riuscito a fondare una Scuola dell’errore”. Apparire epidermicamente vincenti continuo a ritenere, infatti, sia molto diverso che tentare di essere con-vincenti.