Dopo due mesi dall’infortunio alla caviglia sinistra ho rimesso ai piedi le scarpette di arrampicata. Merito di Alberto De Giuli che mi ha convinto a fare una via, facile, in Pietra di Bismantova: una delle varianti della Pincelli-Brianti.

Alle 5 dell’8 settembre suona la sveglia e pronti, via si parte. In poco meno di due ore di auto, dopo una bella colazione in zona, siamo al parcheggio a pagamento della Pietra. Check zaini e materiale e si parte. La via attacca appena dietro l’eremo. Non è nemmeno lunga: 4 tiri e poco più di 100 metri di dislivello; tanto basta per farmi accorgere che sono arrugginito nella lettura della roccia e negli schemi motori.

“Poggia bene i piedi” è l’invito che mi rivolge spesso il maestro. Non è solo un modo per proteggere la caviglia che già faccio (troppo) di mio ma è soprattutto un modo di ricordarmi che nell’arrampicata, sicuramente nei gradi più facili, contano sempre molto di più gli appoggi che scegli per posizionarvi i piedi (rispetto agli appigli dove proietti le mani).
Provo a trarne una lezione anche di vita: spesso amo rivolgere lo sguardo verso l’alto, adoro provare a sognare qualcosa di ambizioso, non solo in montagna. Talvolta dimentico che ogni sogno ha bisogno della realtà dei piedi poggiati, uno dopo l’altro, sul terreno. Ogni ambizione, seppur fatta in buona fede, necessita infatti dell’impegno quotidiano e della verifica di quello che si è fatto in direzione degli obiettivi. Poggiare bene i piedi non vuol dire rinunciare o, peggio, in un eccesso di realismo, smettere di progredire e di sperimentare i propri margini di miglioramento. Significa semmai sapere che ogni possibile vetta pretende un avanzamento concreto, una passo e poi un altro ed un altro ancora cercando, ogni volta, una stabilità “ristoratrice” dopo il movimento precedente e prima del successivo.
“Guardare verso l’alto” in montagna, così come, in generale, “traguardare obiettivi elevatissimi”, non sono in contraddizione col tenere i piedi per terra; anzi ogni sogno richiede la generosità di chi si cimenta fisicamente, di chi non rimane solo bloccato dall’estasi per la bellezza di ciò che intende raggiungere ma che operosamente si prodiga a crearla, renderla viva e presente quella bellezza.
La Pincelli-Brianti finisce presto. Mi sono ricordato, con qualche variante, di averla fatta, anche alternandomi da primo, ad aprile-maggio di quest’anno. Tutt’altre sensazioni e tutt’altra fiducia. Ecco un’altra lezione: ci si arrugginisce. La concretezza di un piede dopo l’altro chiede pratica, chiede di non smettere di “remare”. Si può continuare a sognare, ad occhi chiusi o aperti, ma la realizzazione dei sogni non tollera interruzioni. Bisogna muoversi con costanza e dedizione, “battere le strade” piuttosto che coricarsi sui divani: la pigrizia è nemica di qualsiasi buona idea. Persino il “semplice” dialogo è sforzarsi di andare incontro agli altri per confrontarsi con loro. Persino “i treni buoni” che i casi della vita ci indirizzano devono farci trovare sul binario giusto e dopo essere passati in biglietteria.