Orgoglio versus evoluzione.

Un giorno fa ho letto della notizia che studi storico-scientifici, svolti anche da atenei italiani, avrebbero ipotizzato come l’umanità abbia rischiato seriamente di estinguersi, con un crollo demografico drammatico che ha raggiunto il 98,7%. Una catastrofe quasi inimmaginabile si abbattè sui nostri antenati tra 930 e 813 mila anni fa. Così ho riportato la mente ai miei studi, non più recentissimi, in materia di biologia. Come una specie a rischio può salvarsi dall’estinzione ? L’idea, suggerita da quelle reminiscenze scolastiche, è stata quella di associare la salvezza ai meccanismi evoluzionistici darwiniani. L’evoluzione da Darwin in poi, infatti, non è stata (più) la stessa. L’interazione tra ambiente, tra contesto e rappresentanti della specie è fondamentale. Così come fondamentali sono le “variazioni” sul tema, i “casi” che emergono lungo linea del tempo che possono risultare vincenti in tema di adattamento. Senza temere di banalizzare, ma senza temere neanche di essere di troppa facile comprensione, l’evoluzione è un percorso secondo il quale “strutturazioni” rigide e chiuse possono costituire le premesse per l’estinzione quanto piuttosto contaminazioni ed aperture possono, di converso, fornire il giusto “caso” ad una soluzione vincente che maggiormente si adatta all’ambiente e riesce a preservare la specie. Può valere anche nella vita di ciascuno di noi. Le maggiori opportunità di evolvere (in positivo) le abbiamo se riusciamo ad aprirci a qualcosa che non ci appartiene, apparentemente diverso, che fino a quel momento abbiamo escluso dalla nostra quotidianità. L’incontro con qualcosa di estraneo, fuori dalle nostre consuetudini confortevoli, potrebbe determinarci in un cambiamento positivo.

Nel girovagare mentale ho, poi, pensato a quale atteggiamento avessi incontrato nella mia vita e che potesse costituire il più compiuto ostacolo ad un percorso evolutivo promettente per gli individui come per i rapporti umani e quindi per le intere società. Credo possa essere considerato tale l’orgoglio, nella sua accezione più negativa.

Quando si ha una stima eccessiva di sé, un esagerato sentimento della propria dignità, dei proprî meriti, della propria posizione spesso si respingono le novità, si va in protezione “guerreggiata” di sé stessi. Si perde di vista l’eventuale contributo anche contraddittorio dell’altro per difendersi o, addirittura, per rispondere “pan per focaccia”. Quante volte nella mia vita professionale ho incontrato quell’orgoglio capace di obnubilare non solo le ragioni di chi si aveva di fronte, che spesso andavano trovate ben al di la’ delle forme con cui erano state espresse, ma anche le capacita’ logiche e rappresentative dell’orgoglioso di turno !!! Quanti risultati in profondità e di prospettiva, potrebbe anche il lettore testimoniare sulla base della sua storia, sono stati compromessi dell’utilità solo epidermica di difendere il proprio status, la propria posizione o, peggio, la propria immagine !!!

Ecco perché sono convinto che l’orgoglio, fuori dalle necessità di giustizia e di difesa dei più deboli, oggi sia un comportamento di rilevanza relazionale e sociale idoneo a rallentare o, addirittura, proprio pregiudicare i meccanismi evoluzionistici.

Non solo credo che ciò abbia a che fare con lo sviluppo di una tecnologia esasperata, di social che mimano solamente le relazioni e il dialogo ma che, sovente, invece minano dall’interno le capacità di dialogo, le capacità di vivere le aggregazioni sociali in tempi distesi di confronto reciproco.

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