Capita di imbattersi in storie che ci incuriosiscono ma che, al tempo stesso, debbono sempre meno meravigliarci. Oggi al di là di quanto la cronaca, su cui incentrerò questo post, sembra suggerirci credo che per il mondo occidentale (e non solo) la vera “sfida” da immaginare sia quella di ridisegnare i confini delle cosiddette terze o quarte età. Il biologo David Sinclair, professore di genetica all’Harvard Medical School, sostiene. ad esempio, che, in tema di invecchiamento, sarebbero già nati i primi individui che potrebbero toccare il secolo e mezzo di esistenza.
Non è solo la partita, forse già in corso di acquisizione in termini di risultato positivo, di guadagnare anni all’esistenza e rinviare l’appuntamento con la morte fisica.
In realtà la questione vera è quella di dare una risposta al “cosa farcene di questi anni in più ?”. Consegnarli semplicemente ad un’attesa passiva o ammettere che, oltre i sessantacinque, è ancora possibile non solo ipotizzare ma anche realizzare un vitale contributo relazionale. Ognuno è libero, per se stesso, di dare la risposta che vuole come decidere di impiegare questo tempo nelle attività che più gli piacciono.
Se non che in società che sempre più invecchiano e decrescono in termini di natalità la questione della quiescenza cioè del contributo lavorativo ed attivo fornito alla comunità non può essere relegato al campo delle decisioni solo individuali. Lungi da me dare una risposta definitiva ma riportare qualche informazioni più o meno recente non significa fare solo cronaca ma mettere in campo qualche tassello utile per la riflessione.
La prima storia che in questi giorni ho approfondito è quella di Marco Olmo. Atleta del cuneese ha fatto mille lavori ma si è sempre allenato, rubando tempo agli impegni “seri”, quelli ufficiali, finché a 48 anni non ha iniziato a correre le prime gare estreme e da allora non si è più fermato. Oggi, alla soglia dei 75 anni, continua a correre e ad allenarsi su brevi distanze per mantenersi in forma. Olmo ha fornito la dimostrazione, nella sua lunga carriera da atleta con un palmares ricco di risultati prestigiosi, che l’età non conta e che il segreto era, ed è ancora oggi, allenarsi tutti i giorni. Nel 2006 e 2007, a 58 anni, Marco Olmo ha vinto l’Ultra Trail del Monte Bianco, 167 km di corsa, 8.900 metri di dislivello sui sentieri tra Francia, Italia e Svizzera, aggiudicandosi il titolo di Campione del Mondo. Nella sua strepitosa carriera ha anche due partecipazioni in Nazionale Italiana, a 69 anni ha vinto l’Ultra Africa Race. Sulle sue “tardive” imprese ha detto delle cose interessantissime comprese quelle destinate ma questa in particolare mi ha colpito: “la sofferenza e la privazione possono insegnarci su noi stessi molto più di quanto siano in grado di fare i momenti di quiete, quando ogni cosa sembra scorrere dritta e facile.“

La seconda storia è quella del 93enne Everett Kalin che ha scalato l’Half Dome, una delle montagne più iconiche al mondo, nel Parco Nazionale di Yosemite, diventando la persona più anziana ad essere riuscita nell’impresa. Lo statunitense si è allenato per mesi prima di compiere questa impresa insieme al figlio Jon e alla nipote Sidney, salendo e scendendo le scale nel palazzo di 17 piani dove vive e camminando sul lago Merritt cinque giorni a settimana. Per raggiungere la vetta da Happy Isles è stato per lui necessario camminare per 17 miglia (circa 27 km), con oltre 1400 m di dislivello, buona parte dei quali sul ripido tracciato attrezzato con scalini metallici e corde fisse.
La nipote ha dedicato all’impresa questo riconoscimento: “È stato un onore fare questo viaggio con te. Spero che questa sia una lezione per tutti, che non si è mai troppo giovani o troppo vecchi per realizzare i propri sogni”.
Sempre in campo alpinistico Carlos Soria, forte alpinista spagnolo che ha da poco compiuto gli 84 anni, nel maggio scorso ha tentato la salita del Dhaulagiri. Nel 1973, esattamente 50 anni fa, ha partecipato a una delle prime spedizioni spagnole a un “ottomila”, il Manaslu.
Lo spagnolo partecipa nel 1973 e 1975 ad alcune delle prime spedizioni in Himalaya, e finalmente nel 1990 (a 51 anni) conquista il suo primo ottomila, il Nanga Parbat.
Da allora Soria continua a frequentare le grandi montagne, scala il Manaslu nel 2010, poi il Cho Oyu, il K2 (a 65 anni), il Makalu (a 69 anni, senza ossigeno). Il suo obiettivo è diventare il più anziano alpinista della storia a scalare i quattordici ottomila. L’allenamento è l’arma vincente di Soria: “Quello che faccio lo faccio perché mi piace, non per chissà quale motivo. Perché è il mio modo di vivere. Non mi costa fatica allenarmi, non mi è mai pesato.”
Per raggiungere l’obiettivo mancano solo lo Shishapangma e il Dhaulagiri, ma Carlos Soria continua a fare spedizioni soprattutto perché questa è la sua passione. “Sono fortunato, c’è molta gente che mi vuole bene e me ne accorgo ogni giorno di più. A volte penso di aver lasciato una buona impronta nella vita, questo mi dà molta serenità e allegria. Sono innamorato della mia vita, e sono orgoglioso della mia famiglia” .

Detto di queste tre storie (e le rispettive significative citazioni) per tornare ai motivi di questo post viene da chiedermi in che rapporto siano “longevità e mantenimento in vita dei propri obiettivi e dei propri sogni”. Credo che in qualche modo si dimostrerà, anche con l’ausilio della scienza, che è banalmente vero che una vita sana e lunga aiuta ad acquisire un range di opportunità maggiore ma che, non banalmente, anche alimentare i propri sogni possa essere una buona ricetta per rinviare l’appuntamento con la fine.
Non solo; queste storie potranno, magari, dirci non solo che l’orologio biologico per intraprendere e rischiare si è spostato più in là rispetto a solo qualche decennio fa ma che, mutuando i concetti espressi da Marco Olmo, dal punto di vista mentale chi è meno giovane può aver imparato a gestire sofferenza e dolore nonché a tramutare questi ultimi in sfida, in possibilità di vittoria e di successo personale. Il meno giovane sa, insomma, come concepire un eventuale passaggio difficile come momento da vivere ed attraversare per conoscersi, per migliorare e, in definitiva, per il raggiungimento degli obiettivi. Mantiene, in modo più efficiente, vivo uno stato di flusso e un focus verso la meta. Recupera in modo migliore la concentrazione convogliando le proprie energie verso la realizzazione di sé attraverso quella dei propri sogni. Chi è più avanti nell’età non solo ha imparato che sognare (quello che non era per lui ancora possibile), non considerarsi mai arrivato è la cosa che tiene vivi, dapprima emotivamente, ma sa soprattutto come essere determinato. Sa, perché lo ha sperimentato, che il percorso fatto di singoli e minuscoli passi quotidiani (gli anni di impegno strappati alla fine che verrà) ed anche di quelli più propriamente fisici, sono definitivamente più importanti che la realizzazione dell’obiettivo finale e di ciò che, in fondo, hai già visualizzato e dunque realizzato.
“Spesso dimenticano che dal giorno in cui veniamo alla luce ci stiamo avvicinando alla morte. La vita è un assurdo che può essere colmato di idee, di entusiasmo; che può essere colmato di gioia. Quando sei tra le montagne scopri di cui sei veramente fatto. […]. Quando ti trovi di fronte a quella possibilità ti aggrappi alla vita, decidi di vivere. Affronto la montagna per vivere appieno ogni istante della mia vita. Quando tutto è concentrato in un istante scalare e meditare diventano la stessa cosa. Quando il dolore è tale da spingerti a tornare indietro tu continua verso l’alto.”
Allora queste storie ci possono insegnare anche a cambiare paradigmi sociali: l’età anagrafica non solo può divergere da quella biologica ma anche da quella che soggettivamente ciascuno sente per sé, per la realizzazione di sé. Considerare non più tali la terza o quarta età significa non assegnare un ruolo meramente passivo a persone oggi al più vissute come un peso sociale, familiare ed economico, destinatarie di sole misure assistenziali. L’età conterebbe, eccome, non come ostacolo ma in positivo, in termini di migliori opportunità, di migliori investimenti relazionali, di esempio e da sprone.
“Nella vita bisogna portare avanti ciò in cui si crede; bisogna saper rispondere alla domanda: ‘quanto desidero questa cosa veramente ? Lo faccio per la gloria o è un’aspirazione più grande ?’ Puoi avere un’idea e quest’idea agli occhi degli altri apparire irrealizzabile ma questo non significa che non sia per te. E se nel tuo percorso riesci ad ispirare anche solo una persona in modo positivo puoi essere d’ispirazione al mondo intero.”