Portieri.

Buffon in queste ore ha annunciato il ritiro dalle competizioni agonistiche all’età, considerevole, di 45 primavere compiute. Prendo le mosse per parlare dei “portieri” o meglio del ruolo dei “portieri”.

Due ne ho conosciuti. Uno mi ha appassionato sin da piccolo da quando sgambettavo con gli amici di quartiere nel parco di Via Ugo della Seta (bastava scavalcare una palizzata dal condominio di Via Mauro Morrone e si era già nel vivo della competizione) passando per i campetti di calcio o calcetto degli oratori di periferia (uno delle suore e l’altro della parrocchia Santa Maria della Speranza)  per finire alle partite ufficiali delle “brigate” scolastiche nei campetti regolamentari della scuola media superiore o dei primi centri sportivi.

Per giocare in periferia bastava poco: un pezzo di terra, fango o erba alta non erano ostacoli insormontabili, anche un semplice pallone di pezza, o un Supertele e quattro giacconi per delimitare i quattro pali delle due porte.

Per carità nessuna menzione o particolare risultato degno di nota neanche in quei tornei parrocchiali in cui c’è tanto di tabellone delle squadre, terna arbitrale volontaria ma perlomeno nella sua distinguibile uniforme nera ed un’assicurazione contro gli infortuni richiesta all’atto dell’iscrizione, però ero innamorato del ruolo del portiere.

Un’eccezione: l’unico che poteva prendere la palla con le mani, l’unico, tranne il mister, che poteva strillare ai suoi compagni di squadra allo scopo di dare un’organizzazione perlomeno alla fase difensiva, l’unico che aveva un perimetro disegnato in cui potersi muovere per sovrastare fisicamente gli altri giocatori e l’unico, almeno così a me appariva, che non doveva dimostrare un’algida classe semmai un caldo coraggio.   In ogni partita e in ogni squadra di cui ho fatto parte da quella più “ufficiale” a quella più arraffazzonata la mia prima scelta era quella di giocare tra i pali.  Di solito mi riusciva perché da bambini e da ragazzi erano veramente in pochi quelli che volevano cimentarsi in quel ruolo ed erano pure bravini. Tutti i miei coetanei di allora erano affascinati dal ruolo del goleador, del centravanti dunque, o al massimo di quello del  fantasista o del tornante, i numeri 10 o 7.

Io senza sapere neanche il perché volevo giocare in quel ruolo tra i pali.  A posteriori e allora senza troppe riflessioni credo fossi attirato da quel “potere” che avevano i numeri uno. Si assumevano consapevolmente dei rischi fisici per non subire un gol. Scegliere di tuffarsi per intercettare un pallone scagliato a decine di kilometri orari verso la porta significava mettere in preventivo un impatto col terreno (non sempre controllabile) e un bel colpo, bene che vada, sulle mani chiuse a pugno. Per non parlare delle uscite sui piedi degli attaccanti e il rischio di rimediare una scarpinata in ogni parte del corpo. Questo non poteva non essere notato dal resto della squadra: il coraggio del portiere gli conferiva un ruolo di leadership quasi naturale all’interno dello spogliatoio. Spesso, infatti, i portieri diventavano (e tuttora diventano) i capitani delle formazioni calcistiche dove militavano, dei veri e propri “allenatori in campo”. Non dovevano far altro che scegliere di fare il portiere e già potevano vantare un credito di autorevolezza nei confronti dei compagni di squadra.

La fine degli anni 70 e l’inizio di quelli 80 sono stati poi gli anni del calcio totale dell’Aiax di Cruiff: il portiere aveva cominciato a partecipare all’inizio del gioco, all’avvio dell’azione che da difensiva doveva cominciare presto a diventare offensiva. Doveva maturare sensibilità nei piedi e una visione non solo nel gioco difensivo ma anche in quello all’attacco. Carisma e visione era forse questo connubio che mi affascinava del ruolo del portiere.

Ho conosciuto un altro ruolo di portiere. Quello al servizio dei condomini della periferia romana. Un ruolo, qualcuno lo chiama anche portinaio, umile che spesso ha incrociato la mia voglia e quella dei miei amici di giocare a calcio negli orari meno consoni, quelli del riposo pomeridiano o serale, e nei luoghi meno opportuni, quelli dei rumurossimi sottoscala porticato. Domenico era il portiere del condominio di Via Mauro Morrone. Impediva, correndoci letteralmente dietro con lo scopettone, queste nostre sortite rumorose di stampo simil sportivo tentando di ricacciarci nei nostri appartamenti. Di converso non ci portava rancore e se lo salutavi qualche ora dopo rispondeva gentilissimo come se nulla fosse stato, compresi i nostri tentativi di scappare o di aspettare, nascosti, qualche minuto per poi ripresentarsi per la nostra rumorosa partita al coperto. Era gentile e premuroso nei confronti dei nostri genitori e delle nostre famiglie. Selezionava la posta, quella cartacea, dalle cartoline alle bollette passando per i periodici in abbonamento o alle primissime campagne pubblicitarie. Si prodigava per i guasti non solo degli impianti condominiali ma era il primo approccio garantito nelle nostre case per i problemi elettrici ed idraulici. Un tuttofare sempre pronto e a disposizione domeniche e festivi compresi. Lo ricordo gentilissimo e mai con una parola fuori posto. Per non parlare anche dell’occhio che “buttava” alle facce nuove nell’abitato selezionando gli ospiti dagli indesiderati o persino dai malintenzionati: un poliziotto di quartiere ante litteram. Ricordo che in occasione delle feste Domenico poteva, senza richiederlo, raccogliere i frutti generosi di quanto gli altri giorni degli anni aveva seminato.

Un’altra famiglia di “portieri” ho avuto il privilegio di conoscere. Una di quelle famiglie che passa di generazione in generazione il servizio di portierato. Claudio Fransesini, il gigante buono, è stato mio compagno di scuola e di oratorio cattolico. Seconda generazione di portieri di uno stabile in Piazza Ateneo Salesiano ho avuto modo di apprezzare la sua bontà, la sua quasi timida gentilezza ma al contempo la sua determinazione delle sue convinzioni etiche e di fede, di servizio al prossimo.

Amavo e amo il ruolo dei portieri. Anche se, ogni tanto, mi prodigo a parare, salvare il salvabile, evitare il peggio, ma dalla “grandezza” sono distantissimo, amo i grandissimi portieri

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