Questo post è essenzialmente un flusso di ricordi. La mia gioventù è trascorsa in un quartiere nella periferia settentrionale di Roma, il Nuovo Salario. L’attesa dell’estate era caratterizzata dalla tanto agognata fine dell’anno scolastico. D’altronde il motto della parte genitoriale della famiglia Rana era sempre stato “prima il dovere e poi il piacere”. Valeva per la giornata (prima i compiti), poi a livello settimanale (con il sabato prima della festa vissuto come attesa del bello) ma soprattutto valeva per le annualità: prima la promozione e poi il godimento estivo. L’estate in una periferia romana negli anni ottanta significava innanzitutto tempi più dilatati, la sveglia non più in orario antidiluviano per prendere i bus Atac che ti portavano a scuola. Gli appuntamenti con gli amici potevano essere, infatti, fissati benissimo a metà mattinata. Il corollario era la possibilità di vedere era la TV fino ad orario tardo. Anzi di vederla, come un lusso, ad ogni ora della giornata. L’estate a Roma erano appunto gli amici e le gite al mare e il mare della capitale era soprattutto Ostia e dintorni ma anche le prime uscite nell’amata montagna, da soli, al Terminillo. Crescendo l’estate si è caratterizzata dai campi scuola con la parrocchia Santa Maria della Speranza e poi da quelli, più avventurosi e/o di servizio ai più giovani o ai più bisognosi, campi scout del gruppo Agesci Roma 74. Anche la loro preparazione ed organizzazione, oltre la prospettiva di passare qualche giorno fuori dalle grinfie di mamma e papà, mi eccitava, oltre aver concorso in qualche modo alla mia formazione.
Ma se devo fare ricorso alle mie emozioni l’estate da giovanissimo al Nuovo Salario era proprio scandita da due cose: il programma radiofonico di RaiRadioDue Tra Scilla e Cariddi di Michele Mirabella e Toni Garrani della mattina. Un programma ironico e satirico mai banale, persino colto. I due personaggi, allora autori e conduttori, tuttora continuano ad avere questa cifra nelle cose artistiche o di informazione che fanno. Lo ascoltavo sul balcone di casa di Via Mauro Morrone n.2 grande parte dei giorni della settimana mentre sfogliavo due quotidiani, uno sportivo e uno generalista (Corriere della Sera, Repubblica, Il Messaggero o il Tempo). La seconda issues che scandiva l’evolvere del tempo estivo erano le chiusure dei negozi. Doveva avvenire progressivamente e in modo alternato a seconda delle diverse tipologie merceologiche secondo le indicazioni delle Circoscrizioni di quartiere. In realtà mi ricordo come le polemiche imperversassero su tutte le TV locali e sui fogli romani dei diversi giornali. Cosicché uscivo per recarmi presso l’edicola e mia madre approfittava per affidarmi qualche compera (soldi contatissimi comunque) e notavo che il macellaio di Piazza Vimercati era chiuso da fine luglio a poco dopo la metà agosto proprio come quello di Via Monte Cervialto e non rimaneva che la Standa, antesignana negli anni ottanta dei futuri centri commerciali. Più o meno nello stesso periodo chiudeva il fruttivendolo, anzi “er fruttarolo”, di Piazza Ateneo Salesiano e quello, chiamato l’orefice, di Viale Jonio. Non rimaneva che la Standa, meglio il mercato scoperto del Tufello, appena sotto la salita di un’altro avamposto come la parrocchia scalibriniana del Redentore. Lo stesso valeva per l’alimentari o il negozio di piccola elettricità/elettronica o i bar, gli unici che avevano il frigo funzionante per tutta l’estate per il latte fresco (alternativa di qualità all’UHT dei supermercati e dei negozi di generi alimentari).

Che bello ! La tristezza di un quartiere che si svuotava anche di amici che andavano in ferie coi rispettivi familiari era in parte compensata dal mio desiderio, di infraquattordicenne, di avere una scusa per “perdere tempo”, oltre viaggiare (spesso da portoghese) per qualche fermata sul bus 36 (che aveva il suo capolinea proprio in Piazza Ottaviano Vimercati), con l’obiettivo di andare ad esplorare vie e quartieri sempre più lontani da casa con un pò di denaro in tasca (e magari fare una sorta di “cresta” col risparmio per poterci comprare i miei giornali e aggiungerci ancbe qualche fumetto o rivista come l’Intrepido).
Le chiusure dei negozi come ticchettio del tempo estivo perlomeno quello giovanile. Quando chiudevano l’estate non era ancora finita e sapevo che solo alla loro riapertura avrei dovuto mentalmente riprendere a fare i conti con il nuovo anno scolastico. Mi consolavo, però, illudendomi come mancasse ancora qualche giorno di agosto e perlomeno un paio di settimane di settembre. In realtà erano quelli i giorni in cui dovevo correre a rimediare le omissioni delle settimane precedenti dei compiti estivi non ancora affrontati.

Crescendo (molto) mi sono trovato, invece, a doverli “chiudere” gli esercizi commerciali (perlomeno concorrere a fornire elementi di fatto o eseguire i provvedimenti dell’autorità di PS). Così la mia mente va a quando in fondo a Via Pozzo a Piacenza c’era un locale, “l’ Africano Bar” che chiamarlo bar costituiva un’offesa ai bar in genere per come siamo abituati a conoscerli (persino quelli minimal quasi tutti ormai gestiti da cittadini cinesi): ci aveva costretto ad intervenire più volte per risse che vi si svolgevano all’interno o nelle immediate vicinanze. Era essenzialmente frequentato da persone di provenienza centro africana. La politica dei titolari era più o meno questa: due frigo verticali pieni di bottiglie di birra vendute a prezzi stracciatissimi (un euro, un euro e 50), un bancone che serviva solo per aprirle quelle bottiglie e al massimo integrare con superalcolici da discount, impianto stereo ad uso degli avventori e il locale poteva riempirsi facilmente affittato da clienti che volevano fare delle feste portandosi pure torte ed altri alimenti da casa. D’estate il locale era stracolmo, nonostante le condizioni dei servizi igienici, che vi lascio immaginare. Gli avventori, spesso ubriachi, occupavano, di sera, la strada, non solo via Pozzo ma anche buona parte di Via Alberoni entrando pericolosamente in contatto con clienti di un market etnico vicino e con quelli di altri bar. Le scintille, dovute all’alto tasso alcolico, erano assicurate e così, come già detto, le Volanti di Piacenza erano spesso costrette ad intervenire non solo per il disturbo alla quiete pubblica ma anche per frequentissime contese violente e fatti di sangue. Personalmente ricordo un’intervento fatto, proprio da me e da altri operatori della polizia di Piacenza, per dare soccorso/ausilio a due poliziotti municipali una domenica pomeriggjo di Pasqua e il giorno della sospensione della licenza ex art. 100 Tulps. Anche in questa ultima occasione i titolari dell’Africano Bar ci diedero filo da torcere aggredendo dei giornalisti e ponendo una certa resistenza all’esecuzione del provvedimento.
Questo per scrivere che alla fine ci sono chiusure e chiusure estive. Sinceramente tuttora preferisco, seppur tra le consuete italiche polemiche, quelle caotiche della mia gioventù romana. Se non altro perché gli riconosco, assecondando il mio desiderio di scoperta, di aver contribuito a farmi essere come adesso sono. Le seconde, quelle fatte per riportare ordine, hanno quel velo un pò triste di sofferta partecipazione alla sicurezza della città in cui si vive da adulti. Sarà solo nostalgia di un’epoca che non tornerà più ?
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