“La nostra vita è un’opera d’arte – che lo sappiamo o no, che ci piaccia o no. Per viverla come esige l’arte della vita dobbiamo – come ogni artista, quale sia la sua arte – porci delle sfide difficili (almeno nel momento in cui ce le poniamo) da contrastare a distanza ravvicinata; dobbiamo scegliere obiettivi che siano (almeno nel momento in cui li scegliamo) ben oltre la nostra portata, e standard di eccellenza irritanti per il loro modo ostinato di stare (almeno per quanto si è visto fino allora) ben al di là di ciò che abbiamo saputo fare o che avremmo la capacità di fare. Dobbiamo tentare l’impossibile.” Zygmunt Bauman.
Concludevo l’articolo precedente di questo blog considerando come: “La conoscenza del contesto è trovare (dunque dare) un’anima e un senso alla realtà che ci circonda, al complesso delle circostanze oggettive e soggettive che inquadrano i nostri testi e le nostre azioni. Trovare una cornice ad un quadro, meglio dare significato al museo in cui è esposto e attraverso al quale fornisce emozioni ai visitatori. Perché in fondo le nostre vite, intese come teoria di fatti che si susseguono, non sono altro che opere d’arte.“
Così soccorrono alla mia debole ipotesi le parole del sociologo Zygmunt Bauman; dico di più, la sfida intesa come “aggressione all’impossibile”, meglio a quello che si riteneva impossibile, fa parte del mio personale zaino delle convinzioni; sempre qui avevo già scritto come sia utile pensare di cambiare ogni premessa, con slancio, fantasia e in meglio, per poter restituire ulteriore significato e potenzialità al momento successivo, allargare gli orizzonti alle infinite possibilità che ci si presentano. “Vivere felici è una costante ricerca della nostra parte migliore: passo dopo passo, istante dopo istante per superare quelli che consideriamo i nostri limiti e scoprire, invece, i nostri doni. Noi siamo intanto capaci di immaginare e costruire le premesse migliori nonostante gli errori, anzi grazie ad essi, e alle difficoltà che la vita ci pone.“
Orbene mi vengono in mente le parole del pioniere dell’alpinismo moderno Reinhold Messner quando sovente ripete che la sua prima sfida è stata quella con la comunità scientifica che sulla base delle conoscenze fino ad allora acquisite riteneva impossibile la sopravvivenza per gli esseri umani a quota 8000 metri sul livello del mare senza ossigeno supplementare. Messner, il primo essere umano ad aver completato la salita di tutte e 14 le vette over 8000 metri senza utilizzo di bombole, e i suoi compagni di cordata hanno dimostrato l’esatto contrario: arricchendo di conoscenze del contesto dell’altissima montagna hanno “reso possibile ciò che non lo era” prima delle loro esperienze.
La vita come sfida (a se stessi e all’apparentemente “acquisito”), la sfida come creazione dell’opera d’arte, come sua preparazione è qualcosa che sento appartenermi. L’inquietudine che spesso mi contraddistingue é, altrettanto spesso, connotata dall’esigenza di “progettare e mettere in campo” nuovi obiettivi, nuovi percorsi di preparazione, nuova conoscenza e miglioramento di me stesso. “Ho bisogno di un delirio che sia ancora più forte, ma abbia un senso di vita e non di morte.” (Giorgio Gaber).
Se è così il contesto e la sua (più) corretta analisi non sono altro che il “campo di gioco” e le sue regole, in cui la preparazione dell’opera d’arte che è la nostra vita deve dipanarsi, senza la “fatica” dell’oppressione che viene dalle nostre paure.
Perché in fondo: “Il coraggio è la capacità di resistere alla paura, di dominare la paura: non è l’assenza di paura.” (M. Twain). O per dirla sempre con le parole di Messner: “Non c’è alpinista di punta che non abbia conosciuto il fallimento. Si impara attraverso il fallimento, non attraverso ciò che riteniamo essere vittorie. Per la propria consapevolezza è importante conoscere i propri limiti, e li si conosce soltanto sperimentandoli. Io ho fallito tredici ottomila. Vorrei essere ricordato come l’alpinista che ha fallito più volte sugli Ottomila. Io ho fatto 18 volte la salita di un Ottomila, perché mi interessavano le salite non i record. Se non avessi fallito (come mi è capitato sul Dhaulagiri, sul Makalu e sul Lhotse) sarei già morto. Ho dimostrato di essere coraggioso nelle sfide, ma anche nel ritirarmi“.
E, infine, le sfide, pur che individualissime possano essere concepite, hanno comunque qualcosa di profondamente relazionale, vitale e di condivisione, più che della solitudine che si può sperimentare pur essendo in molti nelle nostre città: “Finché l’alpinista sale con uno o due amici, farà di tutto per salvare chi ha con sé. Ma se si è in mille su una via, questo atteggiamento lo separerà dai mille altri. È la differenza tra una cultura montana che obbliga, per le condizioni ambientali difficili o estreme, alla condivisione e alla solidarietà; e una metropolitana, dove gli individui vivono soli, pur ammassati. Quante volte leggiamo del ritrovamento di persone morte nelle proprie case senza che nessuno se ne fosse accorto? Chi, incrociando qualcuno sul marciapiede, si chiede se ha bisogno? ” (R. Messner).