Posticciola.

La via di ingresso di Posticciola

Mi è sempre piaciuto immaginare la vita e le relazioni umane nei posti che visito. Meglio, in certe situazioni ho fatto viaggiare la fantasia pensando a quali potessero essere le consuetudini decenni prima, quando non solo non c’erano smartphone, tablet e computer ma quando tv e telefono fisso non erano così comuni nelle case ed erano appannaggio delle famiglie più abbienti. Immagino soprattutto le domeniche, i ritrovi alle messe domenicali o nei bar per quelli che non credevano oppure credevano in altro, in religioni laiche, immagino i pranzi della festa, il vino, le risate e le discussioni. Mi soffermo a pensare comunque al lavoro domenicale di allevatori ed agricoltori o di persone impiegate nel commercio, quel lavoro che si fa uscendo di casa comunque all’alba o poco più tardi, quando d’estate è ancora fresco. Il vestito della festa, la processione per il patrono, gli odori del pranzo che fuoriescono da porte e finestre delle abitazioni, i passaparola tra donne o quelli tra uomini (al posto dei manifesti) sono altrettante situazioni che penso.

Posticciola è un piccolo borgo in provincia di Rieti, frazione di Rocca Senibalda. Immerso in mezzo al verde dei colli reatini si trova a pochi passi dal lago del Turano; un lago artificiale creatosi grazie alla costruzione di una diga degli anni trenta del secolo scorso.

Il lago del Turano dal belvedere del lavatoio.

È un paese di una volta, dove si respirano ancora l’aria ma soprattutto le emozioni dell’ospitalità. Il tempo sembra sia fermato qua (prendo in prestito la citazione che si addice molto). L’abitato affaccia sulla strada provinciale n.31 della Valle del Turano. Già il nome e la posizione dicono molto sulla sua storica vocazione. Posticciola viene infatti dalla dieresi del nome di due paesi limitrofi ma poco prima della metà dell’800 ancora distinti: Posta e Roccucciola. “Fare la posta” ancor oggi è sinonimo di aspettare e nella sua accezione positiva significa proprio “aspettare con interesse e trepidazione”. Il paese è costituito infatti da una cima arroccata in arzigogolate viuzze con case, in genere di modeste dimensioni, strette strette l’una accanto all’altra che si dilata verso la strada provinciale quasi come un porto al suo fiume. Ristoranti ed esercizi ricettivi danno sulla piazza di ingresso mentre le botteghe dei pochi artigiani rimasti sono tutte all’interno nel dedalo che torna su verso la rocca. La vocazione di Postacciola scrivevo. Intuibile che sia quella di accogliere chi passa, i viandanti che nella storia sono stati i pastori (nei percorsi della transumanza), più in là i fedeli del cammino di San Benedetto e, oggi, sono i turisti (romani e non solo).

Posticciola che si inerpica fino alla Rocca

Il borgo è di una semplicità di altri tempi. Si respira proprio l’aria di altri tempi quando tutto era orientato all’essenziale, ai prodotti della terra e ai loro diretti derivati e alla convivialità. Oggi forse saranno poco più di 50 i residenti ma vi è un certo numero di seconde case e d’estate Posticciola si anima: tutti pero’ sembrano conoscersi e chiamarsi per nome. Le porte di casa non solo non vengono chiuse a mandata ma rimangono aperte. La “non paura”, persino del turista interessato a vedere il museo diffuso (per le vie interne) delle tradizioni agricole, è d’altronde il sentimento dell’accoglienza che continua a scorrere nelle vene dei paesani. Gli immobili sono curati con fiori sui minuscoli balconi e agli ingressi degli appartamenti tanto che se non alzo lo sguardo mi sembra di essere in Trentino. Rispetto a qualche anno fa anche le pareti rimaste grigie di talune abitazioni sono state dipinte con dei murales che riproducono scene di vita di paese e di operazioni fatte dagli agricoltori nelle campagne. Forse d’inverno il paese sarà più grigio ma col sole e con la luce calda dell’estate trasmette la serenità propria della cura (umana).

A mio padre, che domani compie 80 anni, piace tornare ogni tanto a Posticciola. Credo gli ricordi il suo paese d’origine: Minervino Murge. Quando sono a Rieti non posso fare a meno di accompagnarlo a sgranchire le gambe poco prima del pranzo tra le vie in piano del borgo. Mi piace portarlo al lavatoio (a proposito di altri tempi) dal quale belvedere di scorge il lago e il ponte romano. Poi ci aspetta il pranzo e papà non può fare a meno degli gnocchi al sugo di carne di Elena con abbondante spolverata di pecorino. Ed Elena, pur rimanendo in cucina, anche solo per il tempo di un pasto, per qualche ora è come una mamma, come una moglie che non ci sono più.

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