“Forse perché io sono da sempre caduto da cavallo: non sono mai stato spavaldamente in sella (come molti potenti della vita o molti miseri peccatori): sono caduto da sempre, e un mio piede è rimasto impigliato nella staffa, così che la mia corsa non è una cavalcata, ma un essere trascinato via, con il capo che sbatte sulla polvere e sulle pietre…”
La poetica e la riflessione di Pier Paolo Pasolini, con spunti certamente autobiografici come dimostra l’estratto di una sua lettera riportata sopra, si è spesso concentrata sulla vita come una corsa di un cavallo. Ne ha sottolineato come una dimensione naturale e intrinseca anche la caduta. Se vai a cavallo ed imprimi una direzione ed una velocità di corsa è obbligatorio mettere in preventivo la caduta. L’errore, la non riuscita, l’ostacolo e persino il dolore che consegue secondo Pasolini fanno parte del gioco dell’esistenza. Più contraddittorio è stato il sentimento rivolto a quella sensazione di “rimanere incastrati tra le staffe”. Evidentemente il poeta, artista e filosofo del secolo scorso temeva nella vita la possibilità di rimanere imbrigliati nei propri errori, nelle proprie difficoltà, in situazioni costrittive, di più in cliché cuciti addosso, molto spesso dal cattivo senso comune. Come dargli torto.

Rimanendo nel tema ma spostandomi solo di qualche centimetro e di disciplina sportiva non sembra ci sia storia calcistica che più o meno riguardi la mia infanzia o gioventù che non sia caratterizzata da inizi di particolare sacrificio. Parto da lontano, ancor prima dei miei primi anni della ragione, si narra come un calciatore di cognome Colaussi di Gradisca d’Isonzo (cognome originario Colausic e già di questo potrebbe scriverci una storia) della nazionale campione del mondo del 1938 avesse fatto il mestiere ciabattino, guadagnando due lire per ogni scarpa. Più recentemente Claudio Gentile prima di diventare il mastino per eccellenza della difesa della nazionale del 1982 aveva fatto l’operaio. Bruno Conti, tornante fantasista come si chiamava allora il ruolo di ala, aveva fatto invece il muratore. Si riporta come Marco Tardelli quale cameriere in un bar alla Garfagnana e nel 1970 avesse servito al tavolo un certo Dino Zoff già affermato portiere del Napoli: qualche anno dopo si ritrovarono compagni di squadra della nazionale italiana campione del mondo nel 1982 a Madrid.
“L’amore più forte è quello capace di dimostrare la propria fragilità” Paulo Coelho
Ulteriore cambio di piano. Recentemente su una piattaforma streaming ho potuto vedere uno spettacolo, credo uno degli ultimi, di Giorgio Panariello. Lo spettacolo del comico-imitatore toscano è denso tanto di battute “strappa-risate” quanto di spunti autobiografici che ripercorrono la sua storia e la storia dei suoi personaggi migliori. Proprio su questo secondo aspetto voglio soffermarmi. Panariello nel suo show parla di come fosse stato cresciuto negli anni sessanta dai nonni dopo l’abbandono del padre e la crisi della sua mamma, ragazza-madre appunto. Poi riporta col sorriso di inizi difficili, non capito dai nonni seppur affettuosi e preoccupati della sua condizione. Richiama, con emozione, di essersi occupato solo tardivamente, nonostante il successo, di suo fratello biologico. Una storia molto simile a quella di un altro grande personaggio statunitense come Steve Jobs, figlio di immigrati siriani, fu adottato anche lui, vista l’incapacità dei genitori, poi separatisi, di provvedervi economicamente.
Carolyn Smith scopre d’essere malata, e decide di ballare (anche) con il tumore, “l’intruso“, come lo chiama lei: “È qui, ma nessuno l’ha invitato“. Così non si nasconde. Si fa anzi fotografare senza più capelli, e per fortuna poi torneranno. Che fragilità è valore. Poi c’è Adele, con quello che lei chiama il suo “lato molto oscuro“. Un giorno le ha fatto guardare un’amica e dire: “Sto di merda“. Ma è lì che rompendo gli argini ha superato la depressione post partum, e iniziato a capire alcune cose. Per esempio che ama suo figlio, ma le piacerebbe fare quello che vuole quando vuole. Proprio come quando lui non c’era. E non c’è nulla di male a dir(se)lo. Sempre nel canto il nostro, Bocelli, è affetto dalla nascita da glaucoma congenito, perde la vista a causa di un incidente da bambino. Tuttavia, non si lascia abbattere, e sfrutta la sua disabilità visiva per concentrarsi sugli altri sensi, sviluppando una passione per la musica e divenendo molto presto il grande artista che conosciamo.
Beethoven scrisse i suoi pezzi migliori quand’era già sordo; pensate anche a Frida Khalo, vera icona del secolo scorso, affetta da spina bifida e da altre patologie in tutto il corpo che la costringevano all’immobilità. Il mondo dell’arte ha giovato moltissimo della loro attività, e nonostante la loro disabilità hanno saputo imprimere una svolta alla cultura internazionale.
Il medesimo discorso vale anche per le attività scientifiche. John Nash, noto a molti per essere stato ritratto nel film biografico “A Beautiful Mind”, lottò per tutta la vita contro una grave forma di schizofrenia, eppure donò al mondo la possibilità di ricevere scoperte e soluzioni fondamentali nel campo matematico ed economico. Come non menzionare infine Stephen Hawking, colpito dalla SLA attorno ai vent’anni? L’astrofisico, nonostante la malattia, portò avanti una carriera esemplare di insegnante e ricercatore, e fu da esempio per molti altri malati. In Italia Luca Coscioni, anche lui malato di SLA, fino alla sua prematura scomparsa si fece promotore, aggregando con lui i Radicali di Marco Pannella, di battaglie politiche sul tema della libertà di ricerca scientifica.
Non so se avesse ragione il filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein che affermava come “Ci sono uomini troppo fragili per andare in frantumi” ma di certo dietro la solidità e il contributo che hanno dato grandi uomini e grandi donne in molti campi all’umanità si celano spesso storie di dolore, di sofferenza, di rifiuto, di abbandono inteso come lutto anche metaforico. Cosicché, forse, mi sembra che questo dolore li abbia spinti ad essere migliori e in un certo qualche modo la loro destinazione è stata grande per queste fragilità. Sono stati scelti per queste fragilità. Come altrettanto mi sembra di poter dire che nelle storie che hanno avuto il pregio di segnare in positivo i nostri tempi e quelli passati vi siano molto spesso i motivi del sacrificio, dell’impegno e del riscatto, di una positiva tensione al miglioramento passando anche da momenti in cui ci si deve arrangiare con fatica e sporcarsi le mani.
Quello che so è che Pasolini aveva ragione da vendere: l’importante per il mito del cavaliere non è non cadere mai da cavallo ma prepararsi ad essere degno di montarne uno e non rimanere imbrigliato nelle sue staffe. L’importante è andare avanti credendo nella propria passione, nelle proprie idee e nel confronto con quelle degli altri. L’importante, con le proprie vere o presunte fragilità ed imperfezioni, è andare oltre (il silenzio, la chiusura, il nascondimento e/o la vergogna) a quello a cui gli altri vorrebbero magari relegarti e provare a dare il proprio grande contributo.