Cosa sono gli schemi ? Semplificazioni della complessità per favorirne, in qualche modo, l’illustrazione, un passaggio comunicativo rapido, per favorirne la convenzionalità. Gli schemi non sono dunque la complessità, sono già dunque una sua analisi e pertanto la proiezione di un’intenzione umana su quella complessità oggetto di studio, di dialogo, di condivisione. Nelle organizzazioni spesso si fa ricorso a degli schemi ripetuti, di successo o meno, per dare corso alla continuità, per preservare quelli che vengono ritenuti dei valori o addirittura le chiavi di lettura di una classe dirigente e, in definitiva, la medesima classe dirigente. Uno schema molto facile da imporre è quello del “circolo della paura”. Se c’è un capo, ci sono delle sanzioni, se c’è soprattutto la strettoia di un giudizio o di un esame a cui essere sottoposti per avanzare, progredire in carriera e un “sistema” giudicante lo schema della paura potrebbe essere la tentazione per risolvere ogni caso umano o sociale di quell’organizzazione.
In fondo è qualcosa di simile a quello che, nel corso della nostra esistenza, potremmo aver appreso anche dalla “natura delle cose”. Se fai un errore arriva uno stimolo di doloroso che te lo indica e non lo farai più. Se metti le dita bagnate nella presa della corrente elettrica arriva la scossa e provi del dolore fisico: imparerai così a non farlo più; se corri troppo veloce su un terreno impervio potrai con maggiore probabilità cadere e ove questa probabilità si concretizzasse, grazie ad un infortunio doloroso, potresti imparare di evitare impervi sopra le tue capacità o affrontarli, almeno inizialmente, a velocità ridotta. Uno schema appunto: faccio un’esperienza, l’esperienza mi conduce al dolore, fornisco un valore negativo all’esperienza, ne ho sincera paura e dunque non ripeto più l’esperienza. Facile, dunque, che questo schema possa essere importato anche nelle organizzazioni, nelle relazioni umane.

Ma gli schemi, come dicevo, hanno una proprietà: ridurre la complessità soprattutto quella sociale; anche banalizzarla se si vuole. Provo a spiegarlo.
Per prima cosa basta prendere gli esempi precedenti. Una presa elettrica trasmette la scossa solo se è alimentata ma se l’intero impianto viene disalimentato non trasmette alcuna tensione alla persona che dovesse infilarvi dentro le dita. Questo lo schema della paura non riesce a spiegarlo da solo: occorre un surplus di conoscenza e di ragionamento che l’esperienza pura non potrebbe dare. Nel caso della corsa su terreni scoscesi l’esperienza, da sola, e il circolo non ragionato della paura non è in grado di spiegare che con l’allenamento e con ulteriori progressive esperienze una certa quota di persone potrebbe essere in grado col tempo di correre in montagna senza rischiare di cadere molto facilmente. Lo schema esperienza -dolore-paura-esperienza da non ripetere mai così intesa potrebbe essere un limite allo sviluppo del ragionamento logico e dello sviluppo delle abilità. Un limite alla ricerca stessa e alla possibilità di migliorare nell’approccio alle esperienze.
La seconda riflessione che vorrei proporre è proprio quella dell’applicabilità dello schema della paura che può essere fatto divenire “natura delle cose” anche alle relazioni umane, alle organizzazioni. Da sempre ritengo che l’imposizione del circolo: “condotta ritenuta negativa, sanzione e paura della sanzione medesima” funzioni solo quando vi sia un’offesa a vittime in carne ed ossa o queste ultime abbiano corso un pericolo consistente che l’offesa si concretizzasse. E’ quello che dovrebbe ispirare il diritto penale sostanziale rifuggendo ogni controproducente velleità di ipotizzare reati senza vittima.
Quando il timore abita le persone per costringerle alla mera ubbidienza, al riconoscimento dell’autorità, le cose cominciano però a non funzionare. Non è solo un questione del rispetto del cosiddetto principio di offensività o di ragionevolezza in generale della pretesa punitiva ma è quella più puntuale delle conseguenze che realisticamente con maggior probabilità si verificheranno nei destinatari del circolo della paura. Una certa consistente quota di persone, non potendo confrontarsi con delle potenziali vittime del loro eventuale operato, cominceranno a non concentrarsi sul precetto dell’obbedienza, sull’utilità che vi sia qualcuno che abbia forme di responsabilità ultime, ma sull’evitamento di occasioni di incontro se non su un sincero vero e proprio rifiuto dell’autorità. L’autorità non diviene esempio da seguire, un modello da imitare ma semplicemente uno da evitare e delle volte contrapporsi con analoga vis. La paura non sarà più della sanzione e la riflessione non investirà più il valore dell’obbedienza ma sarà direttamente, in negativo, sulla parte forte della relazione. Il nascondimento, la menzogna e la delazione in questo processo diverranno presto antidoti della parte più debole. Di più il motivatore estrinseco, la paura, funziona solo se c’è l’autorità presente o qualche suo delegato che controlli. Non favorendo l’introiezione spontanea o ragionata finisce, alla lunga, di non essere un moltiplicatore in positivo di adesioni ma essere solo un moltiplicatore di controllori delegati dall’autorità. La lealtà viene sacrificata sull’altare di una più semplicistica e pavloviana fedeltà.
Non solo. Chi cresce e vive nel terrore di chi nella scala gerarchica è un gradino sopra di lui è molto probabile che lo restituisca a chi ritiene sia, invece, sotto di lui. La mera paura genera, infatti, insicurezza. Tutto dipende da quello che pensa, dice e vuole l’autorità. La coerenza è solo data dalla riaffermazione del potere di questa nei confronti di chi si trova al di sotto. L’insicurezza su quello che vuole il capo finisce per abbassare i livelli di autostima e quelli di felicità. Chi vive nella paura è in definitiva perennemente un dipendente da chi sta sopra e non prenderà mai un’iniziativa, anche quella positiva, finendo per aspettare sempre le indicazioni (gli ordini) che vengono dal gradino sovrastante. Non tirerà mai fuori quella voglia di cercare, esplorare, comprendere, fare esperienza, ragionare dall’esperienza, dialogare tra pari. Tutto è dato dall’alto, niente è dato se non dall’autorita’: la fiducia è costretta ai minimi termini. Chi vive nella paura imparerà presto che per compensare tutto ciò l’unica iniziativa gratificante sarà quella di compiacere l’autorità e di esercitare analoghe forme di potere verso il basso, a quelle persone che si ritengono, a torto, di volta in volta inferiori. E questo ritengo abbia molto a che fare con i fenomeni di violenza in ambito familiare, con fenomeni come il “nonnismo” e il bullismo in genere, con la prevaricazione nei confronti di più deboli e diseredati.