Le leve calcistiche. Quella di De Gregori.

Perdere o vincere ? Ritorno sulla questione del successo. Lo faccio prendendo a prestito il testo di una poesia applicata al mondo calcistico. Qualcuno di voi ricorda Agostino Di Bartolomei ? Sembra che la canzone “La leva calcistica della classe 1968” di Francesco De Gregori, anche in modalità postuma, sia stata dedicata a lui. Capitano giocatore giallorosso degli anni 70 e 80 è un uomo “controcorrente” per quegli anni (e forse anche per questi). È un uomo prezioso nell’interdizione e nelle geometrie del calcio della Roma, un “faro” del centrocampo direbbe la stampa sportiva ma è silenzioso, rispettoso dei compagni di squadra, degli avversari e della terna arbitrale. Non si ricorda una sua polemica dentro e fuori dal campo. Poche interviste e, di certo, non sguaiate. Un pò come un altro giocatore che proprio negli stessi anni gioca nell’acerrima rivale: il libero della Juventus e della nazionale Gaetano Scirea. Un “signore” del mondo del pallone del calcio anche lui; un regista difensivo avvezzo, con calma ed autorevolezza, a mettere ordine negli schemi di retroguardia. Una vera manna per gli allenatori in un ruolo che poi, dopo di lui, sembra sia andato esaurendosi nel gioco del calcio. Entrambi morti prematuramente (uno suicidatosi perché riteneva che il mondo del pallone non avesse avuto gratitudine nei suoi confronti quando aveva deciso di intraprendere la carriera di allenatore, l’altro deceduto a causa di un incidente stradale in terra polacca mentre esercitava il ruolo di osservatore della Juve) non hanno poi ricevuto e non continuano a ricevere i dovuti omaggi; non vengono posti a modello per le nuove generazioni di sportivi. Ignorati dallo star system sembra che le loro “carriere” non siano mai esistite. Si ricorda chi fa caterve di gol, chi ubriaca di dribbling le difese, di effettua lanci millimetrici, chi segna rigori con palombelle, effetti o cucchiai ma mai di chi ha condotto “una vita da mediano” (tanto per citare un’altra canzone famosa).

“La leva calcistica della classe ’68”

Ma torniamo a De Gregori e al suo bel brano “La Leva Calcistica Della Classe ’68”. L’allegoria non è difficile da immaginare. Il calciatore non può essere considerato solo tale. Il calciatore è ciascun uomo o ciascuna donna immersi nel gioco della vita. “Ma Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore, un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia…”

Così nella vita, per De Gregori, come nel rettangolo del campo, i parametri che contano davvero sono quelli di metterci il cuore, di passare – senza alcuna forma di egoismo – la palla agli altri per realizzare assieme il bel gioco e, in definitiva, di avere inventiva, non essere ripetitivi e banali, tentare sempre vie nuove e divertenti, movimenti originali. E il rigore ? Perché De Gregori lo contrappone ai suoi parametri di giudizio di un calciatore ? Se lo ha fatto un significato ci sarà; altrimenti avrebbe potuto ignorare il gesto attraverso il quale si ha la piu’ limpida (e forse più facile) delle occasioni per un giocatore di segnare un gol e non creare questa antinomia, decisamente non obbligata. Per dare ulteriore spessore al coraggio, all’altruismo e alla fantasia ritengo ci si debba chiedere cosa sia un “calcio di rigore”. Il calcio di rigore è semplicemente un’occasione che si crea grazie all’intervento dell’arbitro che sanziona un fallo, un errore della squadra avversaria. Il gol che eventualmente ne consegue non è dunque un merito diretto ed esclusivo del gioco della squadra che lo ottiene. Non solo il calcio di rigore non mette il gioco di due squadre l’uno avversario contro quello espresso dall’altra ma ne semplifica in confronto sino a mettere solo un tiratore di una contro il portiere dell’altra, in una riduzione quasi statica e rappresentativa del campo di calcio. Insomma nel calcio di rigore non v’è merito di gioco e non vi sono squadre col loro gioco, non c’è nemmeno la possibilità che il talento venga fuori. Al più c’è la freddezza o il nervosismo a fare da padroni. Non bisogna avere paura di tirarlo perché qualunque esito abbia è di ben poco valore: solo una medaglia da mettere al petto o un’ovazione del proprio tifo, dei partigiani del pallone. Ben poca cosa rispetto alla parabola calcistica di un giocatore.

Se è così inteso il calcio di rigore, poco più di un esercizio privo di reale valore, allora i parametri come il coraggio, altruismo e fantasia sono parametri di chi invece, non è semplicemente innamorato, ma ama il gioco del calcio. Metterci il cuore, tutte le migliori intenzioni, le proprie capacità in quello che si sceglie di fare, ben oltre i dubbi e le incertezze, è fondamentale per convincere nelle prove della vita come nei provini “ufficiali” di uno dei tanti campetti di periferia. Metterci il cuore e rimettercelo per anni (non solo nei calci di rigore quando si hanno i riflettori puntati) è la cifra per non finire anzitempo da spettatore, con scarpette attaccate al muro, dentro un bar. L’altruismo è la capacità di vedere che non si è soli nel campo di gioco e la vittoria è possibile solo se c’è una squadra in cui l’individuo si può realizzare, se ci sono alleanze, amicizie ed amori con cui realizzare cose e provare emozioni comuni. La fantasia e l’imprevedibilita’ delle proprie giocate sono l’antitodoto alla ripetitività, alla noia e alla tristezza, utili per rinnovare ciò che è ha rischio stanchezza e routine. Il cambiamento del proprio gioco e, in definitiva, di se stessi sono necessari per non cristallizzarsi nel già conosciuto, per andare oltre i trofei già in bacheca, per non limitarsi ad allenare sempre le stesse aree delle proprie capacità, per sfidare nuovi avversari e nuove avversità. Nessun errore dell’avversario o congiunture favorevoli possono costituire scorciatoie. Le scorciatoie e le riduzioni, proprio come i calci di rigore, non consentono l’emersione di queste qualità.

Il successo per De Gregori insomma non è essere parte della vittoria di una partita e nemmeno di quella un campionato con la banalità di una serie di calci di rigore (assegnati e realizzati) ma col valore del coraggio, quello dell’altruismo e della fantasia. Anche se a ben guardare nel brano l’artista romano nemmeno evoca mai parole come “risultato finale”, “partita”, “classifica” o “campionato” e “coppe”. Forse in quel campetto di periferia ad assistere alla partita di Nino non ci sono nemmeno i tifosi sugli spalti. Così perdere o vincere quella singola partita, qual singolo campionato così come avere l’ovazione istantanea dei tifosi sembrano essere dettagli irrilevanti.

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