L’estate dell’anno scorso è stata la stagione con cui ci siamo lasciati alle spalle definitivamente la pandemia da Covid 2019. Ci siamo fatti, quasi tutti, inoculare 3 o 4 vaccinazioni e il green pass coi primi caldi è stato classificato quasi come un “dolce” ricordo. Il tardo inverno e la primavera del 2022 per me sono state dedicate al completamento del 40esimo corso di alpinismo dei Cai di Piacenza. L’esperienza è stata meravigliosa, con istruttori e allievi amanti della montagna, con momenti di amicizia e convivialità memorabili, ma purtroppo ha costituito anche il momento per toccare con mano l’effetto del pluriennale riscaldamento del pianeta. È infatti una primavera calda e i ghiacciai che calpestiamo, ramponi ai piedi, sono tutti in evidente ritirata, anzi in evidentissima ritirata. Il completamento del corso è l’ascesa in cordata di Punta Penia sulla Marmolada, la regina delle Dolomiti. Fa caldo nonostante sia ancora Giugno e ne patiamo le conseguenze in termini di copiosa sudorazione nell’avvicinamento dal lago Fedaia alla linea dei rifugi.

Provo a farla breve. Siamo fortunati, noi del Cai di Piacenza, in quell’estate strana del 2022, molto fortunati. Anzi abbiamo proprio culo. Lo stato del ghiacciaio è pessimo, scuro oltre che ridotto, crepacci apertissimi già ad inizio stagione con neve marcia già poco dopo l’alba. Il tutto rende difficile l’attraversamento dei pochi ponticelli disponibili e costringe a salti ampli tra un lembo e l’altro delle crepacciate. Arriviamo poco dopo la metà della mattinata a Punta Penia e nonostante gli oltre 3300 metri e il vento forte siamo a 12 gradi sopra lo zero. Durante il passaggio sul ghiacciaio sottostante sento acqua di ruscellamento in ogni centimetro quadrato. Così mando un messaggio ad Alberto De Giuli.

Sei giorni dopo, solo sei giorni dopo, un battito di ciglia nella vita di un ghiacciaio, si consuma la tragedia della Marmolada col crollo da Punta Rocca sulla parte sottostante di una calotta ghiacciata. Morti più di dieci alpinisti tra guide, clienti e semplici amanti della montagna. La notizia rimbalza sino Moena dove sto godendo di un week end lungo di allenamenti e arrampicate in falesia, complice la festa del santo patrono di Piacenza.

Più avanti, a Luglio, proprio con Alberto De Giuli, decidiamo di fare il primo 4000 di stagione: il Dente del Gigante. L’avventura non è semplice: è tutto secco e al Rifugio Torino dove pernottiamo dopo un giorno di acclimatamento attivo (con la cresta dell’Entreves) ad ora di pranzo si superano i 10 gradi e i turisti, saliti con la funivia della Skyway, prendono il sole sulle sdraio come fossero al mare. Alberto il giorno della vetta è nervosissimo. Ci credo !
Tanto, con quelle temperature, le condizioni cambiano rapidamente che in discesa, poco prima di pranzo, troviamo lungo la traccia il passaggio della mattina della crepacciata terminale della c.d. gengiva del Dente così allargato da impedircelo anche con uno dei classici salti che si fanno. Solo la perizia di Alberto ci ha fatto trovare una valida alternativa ma a decine di metri e fuori traccia. Riusciamo comunque a tornare a campo base del Rifugio Torino e a poterla raccontare una volta a casa.
Sembrava un’estate finita ma ad Agosto Alberto si rifà vivo e, nonostante i propositi di non tornare più in alta montagna nella stagione in corso, mi propone per la fine del mese la nostra consueta avventura plurigiornaliera col botto finale: il Grand Combin.

Il Grand Combin presenta 4 cime distinte di oltre 4.000 metri di quota. Il Combin de Grafeneire ( mt 4314) ed il Combin de Valsorey (mt.4184) sono le cime più frequentate, collegate da un’ agevole cresta nevosa. D’estate è frequentato dagli alpinisti sul lato occidentale. Accetto subito la sfida sapendo che ci saranno i consueti dubbi e i momenti no, ma l’itinerario è veramente stupendo. Già l’avvicinamento al rifugio Cabanne de Valsorey è capace di restituire le proporzioni tra l’umano e questo gigante massiccio alpino.
La traversata è bellissima e si affronta ogni tipo di realtà alpina: roccia, neve, creste affilate, una discesa vertiginosa a corde doppie e un lungo rientro. Non mi dilungo nei dettagli: ci pensa come al solito la splendida relazione di Alberto. Una cosa però mi sento di dirla: certe imprese alla mia età nascono non solo dall’amore per la montagna, dalla convinzione che trovare ogni centimetro giornaliero per allenarsi è un ottimo modo per godere di viste e ambienti che dal divano non possono essere neanche immaginati ma soprattutto dalla stima e dell’amicizia con persone che amano la montagna e ne hanno fatto un mestiere, credo non casualmente. L’estate scorsa così poteva finire col suo volto migliore: un altro sogno realizzato. Basta crederci.
Splendido post, soprattutto nella parte finale.
"Mi piace""Mi piace"