Giuro (2). Un ponte (tra presente e passato, tra malattia e presunta sanita’).

Sarà sicuramente una narrazione marginale la mia ma nella mattinata di ieri una donna piacentina si è avvicinata al posto di vigilanza della Scuola proprio al momento dell’ingresso presso dei familiari dei nuovi agenti per l’imminente giuramento. Credo che volesse essere visitata, pensava di essere in Ospedale. Aveva svuotato tutto il contenuto della sua borsa blu sulla scrivania del “piantone”, compreso un certificato di una recente dimissione da una struttura sanitaria di Piacenza. Gli operatori alla vigilanza hanno fatto poi la scelta più giusta: facendola accomodare all’interno hanno composto il 118; la donna era in evidente stato confusionale. Visitata, i sanitari, preso atto della sua volonta’, a torto o ragione, non hanno ritenuto di attivare alcuna filiera di tipo coatto. Sta di fatto che dopo pochi minuti la donna, forse mia coetanea, si è ripresentata. Questa volta voleva essere premiata.

Ho sempre praticato, con successo fino ad ora, l’idea per la quale innanzi a persone non orientate, con evidenti segni di sofferenza mentale, che non siano violente bisogna in qualche modo dotarsi di due arnesi. Il primo è la gestione del tempo. Non avere fretta di giungere ad una qualsivoglia risoluzione è imprescindibile. Il secondo, direttamente collegato al primo, è quello di tentare di immergersi nel “delirio” della persona che in quel momento ti sta proponendo una sua realtà, evidentemente svincolata da quell’altra, quella ufficiale e condivisa, che tu e gli altri c.d. “sani” state vivendo. Se c’è un ponte tra realtà sana e quella proposta dal malato bisogna attraversarlo, prendere i suoi spunti, vivere il suo delirio e dentro quella sua realtà, intessere una tela per una paziente soluzione. Assecondare piuttosto che negare. Negare e costringere il malato alla realtà ufficiale nelle crisi acute potrebbe avere l’effetto di innalzare il livello del suo nervosismo e della conflittualità.

Sta di fatto che quella donna, ieri mattina, dopo l’intervento del 118, si è ripresentata alla vigilanza. Credo che ormai anche alla Scuola di polizia di Piacenza sappiano che se c’è qualche cosidetta “rogna”, senza apparente soluzione, vada appaltata al sottoscritto. Così è successo anche ieri.

“Devo essere premiata, stamattina”. “A si ? Che tipo di premio ? Li ho quasi tutti nella mia lista…”. “Intanto venga fuori da quel buco con quei poliziotti che le stanno col fiato sul collo.” . Non che non fossi in uniforme anche io ma ero nella versione elegante da rappresentanza con la sciarpa blu e la sciabola. “Ecco mi spieghi, che tipo di premio ?”. E la donna: “Sicuramente per il mio coraggio.” “Facciamoci una passeggiata su Viale Malta mentre controllo la lista sul mio cellulare.”. Mentre facevo finta per qualche secondo ho pensato davvero al suo coraggio come, giustamente, se la sua malattia non la rappresentasse, fosse diversa da lei, un coraggio sicuramente superiore al mio, presunto sano: il coraggio di portare fuori da casa questo suo disagio in questo mondo così concentrato sull’effimero e sul successo last second. Il coraggio di esporsi al rischio di non essere compresa, semplicemente e sbrigativamente identificata solo con la sua malattia. L’ho guardata di nuovo in volto e decisamente più magra di qualche anno fa l’ho finalmente riconosciuta: dirigente delle Volanti, ascoltandola per decine di minuti, già in passato avevo fatto finta di raccogliere una sua denuncia contro persone che dai citofoni mentre camminava per le vie della città la importunavano, la minacciavano. In quell’occasione erano voci, nell’etere, che la seguivano incutendogli paura.

“Eh oggi no, proprio non possiamo premiarla. Oggi poi con tutti questi giovani, anche loro in corsa per un premio, correrebbe il rischio che nessun giornalista si accorga di lei.” “Noooo…” “Ma lunedì, chiedendo di me, di Michele, la premiamo sicuro, perché è già nel calendario.” “Va, bene !!!” Arrivati, camminando all’angolo con Via Castello e verificato il possesso delle chiavi di un appartamento: “Adesso chiamiamo un taxi, torna a casa e lunedì sicuramente ci rivediamo”. Nell’attesa un profluvio di nomi, di poliziotti taluni forse inventati, taluni realmente esistenti che io ho dichiarato di conoscere tutti e mi sono impegnato a salutare.

Giuro. Giuro di osservare lealmente la Costituzione e le leggi dello Stato. Giuro per la bussola che sarà ogni uomo e ogni donna in cui mi imbattero’.

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