McCarthy è vivo. “Oltre il confine” e l’elogio dei (propri) limiti.

Non posso spiegare come si crea un romanzo è come il jazz. I musicisti creano mentre suonano e forse solo quelli che lo sanno fare possono capirlo. […] Devi semplicemente credere in ciò da cui le parole arrivano

Cormac McCarthy

Anche Cormac McCarthy è morto. Forse proprio da ieri è vivo più di prima. Le opere degli artisti sono capaci di resistere ben oltre la vita degli autori alle ingiurie del tempo. In questo senso anche Cormac McCarthy potrebbe, tramite la sua eredità culturale, resistere tra di noi ben oltre quello che il fato o il destino o il divino ha riservato alle sue membra.

Numerose le sue opere memorabili. Mi piace ricordarne due: “Non è un paese per vecchi” dal quale i fratelli Coen, nel 2007, hanno tratto un film, candidato a diversi e vincitore di 4 premi Oscar, e “Oltre il Confine” che fa parte delle Trilogia della Frontiera. In particolare quest’ultimo ha sempre colpito il mio immaginario, per la capacità descrittiva di Cormac McCarthy, per quello che credo che sia il messaggio finale: “i limiti come i confini (tra paesi) ci sono, sono importanti perchè non senza sacrificio, dolore e momenti di cruda solitudine possono essere attraversati e superati, portando a percorsi individuali e fors’anche collettivi di crescita.”

Provo a riassumerla e magari, con ciò facendo, ad invogliare l’acquisto del suo libro. “Oltre il confine” è una storia ambientata nel modo western tra il sud degli Stati Uniti e il Messico, negli anni quaranta del secolo scorso, tra i ranch separati da miglia e miglia di pascoli. Protagonista è una famiglia americana composta di persone che di mestiere fanno gli allevatori di bestiame e tra loro un giovane cow boy, di pochissime parole, Billy, immersa in un ecosistema quasi perfetto, insidiato solamente dalla presenza dei lupi, branchi di lupi in grado di ammazzare i capi allevati, la fonte del loro sostentamento. Un giorno trovano un bovino ucciso: è stato un lupo.
Di solito noi, alle nostre latitudini, li proteggiamo: i parchi nazionali, le tutele contro il bracconaggio; ma se uno nella vita fa l’allevatore di bestiame il lupo, ogni lupo è il nemico. Il lupo ? Vuole solo ucciderlo.
Così dopo la perdita dell’ennesimo capo di bestiame quello che fa il padre di Billy è andare a caccia del lupo e nella battuta si porta anche il figlio.
Ora, racconta McCarthy, la caccia al predatore per un cow boy assomiglia ad un rituale: al lupo non si spara così in modo banale. Il lupo si caccia con le trappole, macchine lucide e perfettamente oliate con un’essenza che ritengono capace di attrarre il nemico. Gli allevatori-cow boy cercano di capire la logica del lupo per capire dove sistemarle.

Sul cammino che farà probabilmente il lupo s’inginocchieranno con una pelle sotto le gambe, per non lasciare l’odore di sé quello di un essere umano, poi studiano quel lembo di terra che hanno innanzi a sé, scavano, mettono la trappola e ricoprono in modo da ricostruire quasi fedelmente quello che c’era prima, così da sistemarla come la ricordavano; si alzano, prendono la pelle di cavallo, montano a cavallo e vanno.
Una trappola qui, una di là, l’altra alcuni altri chilometri andando avanti per un giorno intero nella loro meticolosa sistemazione nell’ipotesi di percorso che farà il lupo che minaccia il loro bestiame. La sera tornano a casa, cenano, stanno coi loro affetti e il giorno dopo prima dell’alba ripartono facendo lo stesso percorso del giorno prima a ritroso. Trovano la terra smossa e le trappole tutte scattate e chiuse, come se il lupo si prendesse gioco di loro.
Ma il papà e Billy sono cow boy tenaci: raccolgono le trappole, le puliscono, le innescano di nuovo, le preparano e le depositano di nuovo in altri percorsi: così avanti per giorni !
D’altronde anche la caccia al lupo era fatta di pazienza. Poi, però, c’è sempre il giorno in cui un padre ti dice: “Vai da solo”. E così viene fatto anche con Billy che ha ormai imparato l’arte di cacciare. Gli dà semplicemente due ordini: “Se per caso ti accadesse di trovare la lupa presa in una trappola prima le spari poi non tocchi niente e vieni chiamarmi.”
Per giorni Billy, da solo, tenta di ricostruire i percorsi della lupa, distribuisce trappole, sovente le trova smosse, addirittura scattate…ma niente nessuna ha costretto tra i suoi denti la lupa. Un giorno gli viene così in mente di andare a cercare consigli anche dal più grande cacciatore di lupi che mai ci fosse stato al confine col Messico.
Vecchissimo, ormai anche un po’ poco lucido, accoglie Billy nella sua casa. Parla solo messicano e sul letto di una stanza trasandata fa sedere Billy su di una sedia accanto a lui. Non fa tante domande il giovane ma è un abile ascoltatore e il vecchi cow boy come tutti i grandi maestri, i nostri nonni, dice un sacco di apparenti cose senza senso, anche stupidate, vaneggia ma qua e là, a sprazzi, tac: la saggezza.
Billy raccoglie il delirio ma è attentissimo a questi sprazzi: “il lupo è come il fiocco di neve, tu lo prendi nella tua mano, credi di averlo in pugno; apri il tuo palmo ma non c’è già più nulla.” Ne dice un’altra: “la differenza tra un uomo e il lupo è quella che l’uomo ha tante cose da fare oltre ad allevare il bestiame e cacciare – la casa, gli affetti, gli stipendi ai collaboratori eccetera eccetera – ma il lupo pensa solo a te e come fregarti per restare in vita.”
In mezzo ai deliri dice un’altra cosa che colpisce Billy; il maestro accenna al fuoco e così l’allievo capisce che forse il fuoco e il lupo c’entrano qualcosa e che il fuoco attira in qualche modo il lupo. Tornando a casa, dalla visita al vecchio cacciatore, così Billy s’imbatte in un bivacco di cow boy messicani, gli viene un’idea, si ferma un attimo smonta con abilità questo bivacco, scava, posiziona una trappola, ricopre e risistema tutto. Prima di partire con un pezzo di legno scrive qualcosa in spagnolo su un cartello: “attenzione trappola per lupi.”. E’ contento e finalmente può tornare a casa.
Nel corso della cena, immersi in un rigoroso e patriarcale silenzio, lui entusiasta lo interrompe per raccontare al padre la sua idea e quello che aveva fatto per metterla in pratica. E il padre gli dice una cosa che ai giorni nostri, dice il professore, suonerebbe così: “Bravo coglione, figurati se i cow boy sudamericani sanno leggere !”
“Tu Billy prima che sorga il sole e arrivi la luce torni al bivacco, smonti la trappola, togli il cartello perché sennò ci ritroviamo a dover pagare dei danni a degli altri cow boy messicani come nuovi. A letto ! ”
La mattina dopo Billy, non un dollaro in tasca, il fucile, il suo cavallo parte da casa e Cormac McCarthy aggiunge una frase, terribile ed al tempo stesso evocativa e fors’anche metaforica: “non avrebbe più rivisto i suoi genitori.”. E’ appena apparsa l’alba che il giovane arriva al bivacco e là trova la lupa, bellissima, coi suoi splendidi occhi, fregata da questa trappola messa sotto il fuoco.
I due si guardano per lunghi e lenti secondi, Billy prende dalla sacca a fianco del suo cavallo il suo fucile, mira ma non spara. Risale a cavallo, prende la strada verso casa sua ed ad un certo punto ferma il cavallo lo gira e torna indietro. E’ questo il bello della vita del cow boy, secondo Mc Carthy, che se vuoi cambiare la tua vita basta che giri il cavallo. Così torna indietro e fa una cosa assurda: si avvicina a questa lupa che fa paura, digrignante i denti, e aspetta secondi, forse minuti, per coglierla di sorpresa e infilargli in bocca un pezzo di legno e velocissimamente legargli il muso attorno con una corda, come una sorta di museruola. Il peggio possibile da parte della lupa era stato insomma neutralizzato da Billy.
Quando lei non può più morderlo lui non fa che aprire la trappola prendere la zampa della lupa che naturalmente non si vuol far toccare e si mette a curarla, la fascia, tentativi di minuti ed ore per completare; trova poi un sistema di funi per trasportarla con suo cavallo in modo che sia non troppo vicino per tentare di ostacolarlo o, addirittura, dargli delle zampate. Fatto tutto questo prende il suo cavallo e parte tra le terre: un ragazzino, il suo cavallo, un fucile e la lupa.
Ad un certo punto, lungo la strada, Billy trova un uomo su un camioncino che gli chiede cosa ci volesse fare con questa lupa mezza ferita. Billy risponde: “La voglio riportare a casa.” Infatti per Mc Carthy ogni lupo, come ogni presunta malvagità, interpretando un neanche troppo malcelato sentimento popolare americano, non può che venire dal vicino Messico. I lupi sono sempre dei monti messicani.
Da qui inizia una storia nella storia, quella di un viaggio e di corteggiamento nel viaggio stesso. La lupa all’inizio è inferocita ma Billy si ingegna a fargli capire che di lui può fidarsi, come quando va a caccia, vede un coniglio, spara e lo uccide. Prende il coniglio, lo apre e inizia tagliare la sua carne in piccoli cubetti e poi prende i cubetti, uno ad uno e li infila negli angoli di bocca della lupa lasciati aperti dalla museruola artigianale da lui creata. Lei la prima volta non vuol mangiare, la seconda volta non mangia, la terza ha fame e comincia mangiare; poi Billy raccoglie l’acqua tra le mani e gliela versa in questo poco di bocca ancora aperto. La prima volta la lupa storce il muso, si rifiuta, rimane diffidente ma poi all’ennesima volta accetta qualche goccia. Un centimetro alla volta nella direzione giusta. Billy la parla tutto il giorno e somma un gesto dietro l’altro i due sembrano avvicinarsi.
Tornando da una locanda, lasciata la lupa lontano dal paese nei cespugli da presso, la trova senza pezzo di legno in bocca. La guarda, si avvicina, non sa quello che accadrà, prende la corda per cingerla di nuovo attorno al suo muso ma si limita a fare un guinzaglio…un vero e proprio lungo e delicato corteggiamento.
Arriverebbero fino ai monti del Messico; finché non incontrano nell’attraversare un fiume degli uomini armati e dei mezzi sceriffi. Questi ultimi chiedono a Billie cosa debba farci con una lupa; lui bofonchia delle mezze giustificazioni e loro fanno altro che portargliela via, gliela sequestrano insomma. Lo portano in quella che alle nostre latitudini si chiamerebbe una Stazione dei Carabinieri, dice Marco, e dopo un breve interrogatorio gli dicono: “Tu sei giovane, sei libero ma la lupa resta a noi; dimenticala.”
Billy perde quello che stava conquistando ma quello che fa non è tornare a casa. Rimane lì e si mette a seguire, in questa piccola zona del Messico, la lupa e il suo destino. Per giorni rimane dove la lupa è in una gabbia. Un giorno vede che la lupa viene caricata su un carretto in direzione di una festa, una fiera. Lui segue il carretto.
Sicché la lupa viene portata questa fiera dentro un baraccone con un cartello ove è scritto “la lupa contro tutti” e poi il suo curriculum “1000 capi di bestiame uccisi, due cow boy feriti a morte.” Tu paghi un tot di pesos e guardi la lupa feroce. Billie non ha uno straccio di euro. Sta tutto il giorno a guardare chi entra e chi esce e a chiedere: “com’è la lupa, come sta ?”.
Quando viene la sera va dall’inserviente e domanda: “sa quella lupa un tempo e la mia, se potessi vederla e salutarla un attimo.” E dopo un po’ di resistenze: “bah proprio perché sei te, giusto un secondo e poi vai via.” Così via il telo, gabbia, sbarre…la lupa di nuovo innanzi. Si guardano, Billy parla poco ma in quel momento gli fa una promessa del tipo: “siamo di nuovo in una situazione imbarazzante ma ti giuro che ti porto via, ti porterò a casa.”
Ma il giorno dopo, la mattina, vede che portano via la sua lupa dal baraccone e la portano in uno strano palazzo che all’inizio non capisce cosa sia. Si decide ad entrare, dalla porta vede che c’è una grossa arena, tantissima gente intorno, rumorosissima, immersa in una grande nuvola di fumo. Al centro dell’arena definita da una “barrera” di legno, tre passi, altri tre passi, un palo in mezzo e attaccata una catena e alla fine della catena la lupa.
Dietro la “barrera” ci sono dei cani da combattimento e i loro allevatori. Billy si siede facendosi largo e la prima cosa che vede sono due cani enormi scagliati dentro l’arena contro la lupa. Il primo lo affronta e anche se è un bestione la lupa lo azzanna al garrese: morto stecchito ! Col secondo…una zuffa e poi qualche secondo e il cane scappa. Billy guarda questa scena, la lupa e allibito chiede al vicino, uno scommettitore, “quanti ce n’è ancora ?” E il vicino in spagnolo: “Bastante !”. Allora Billie si alza, esce dall’arena, prende il suo cavallo ed imbocca la strada che esce dal paese e quello che dice Cormac McCarthy è quello che era arrivato alle ultime luci del paese quando fermò il cavallo e si voltò.
Ritorna in questo edificio, smonta cavallo, lo lega, entra, arriva vicino alla “barrera”, da uno sguardo e c’è la lupa, arruffata ed insanguinata, ma ancora viva in mezzo a carogne di cani. Ma viva. Quello che McCarthy fa fare a Billie è quello di avanzare sino al limite della “barrera” e poi oltre, un passo lento dopo l’altro coi messicani che continuano ad urlare, fumare, bestemmiare e scommettere. Quando Billie fa il quarto passo sino a laddove la lupa può arrivare cala il silenzio. Quinto passo, sesto passo, settimo passo verso la catena, il palo centrale: il giovane e la lupa.
Billie prende la catena, la stacca dal palo ed è come un guinzaglio in mano e poi guarda i messicani, uno ad uno, cercando lo sguardo di due occhi, almeno due, che lo guardassero con simpatia. Fa due passi avanti con la lupa che lo segue, affidandovisi, e guardando tutti gli spettatori, questa volta, contemporaneamente dice una frase molto breve, forse l’unica che può veramente dire: “Es mia.”
Così mi viene facile facile, grazie a Cormac McCarthy, affermare che nelle nostre professioni, nelle nostre vite, persino nei ruoli che la vita ci fa interpretare o scegliamo di vivere quello che facciamo è cercare di portare le nostre convinzioni più intime e profonde, quelle che sentiamo più autentiche e vere, a casa loro e a tenerle in qualche modo splendenti e ancora vitali. Ciascuno di noi in questo mestiere del vivere il suo tempo ha il bel compito, con enorme pazienza, di sfamarle e farle bere, di affidarvisi nei momenti meno felici e trarre da loro la forza per andare avanti. Magari nostro padre ci ha detto qualcosa di leggermente diverso – ‘uccidi e torna a chiamarmi’ come ad esempio fare ‘economia e commercio e poi trovare un posto fisso’ – e noi costituiamo un piccolo momento evolutivo, una novità diversamente ma felicemente positiva. E il viaggio e i messicani, chi s’incontra per strada, può non capire subito, può persino volere la morte di quello in cui crediamo e cerchiamo di praticare, può anche esporci ed utilizzarci al baraccone del consenso, modello talk show, scommettere con le nostre idee ma quello che non dovremmo mai rinunciare è quello di rivendicare il nostro viaggio, il nostro percorso, l’originalità della nostra esistenza e delle nostre convinzioni che sentiamo più profonde. Non dovremmo rinunciare, pur nel dialogo con gli altri, con ‘i bastante’ ad avere le palle, non permettendo a nessuno di farci del male, di dire: ‘Es mia’.” “E’ la mia strada” anche se affermare questo ci potrebbe far superare quelli che sono i nostri limiti, le nostre storie e tradizioni sin la’ maturate, quelli che ci appaiono i nostri confini.

Lascia un commento