Recentemente un collaboratore nel corso di un viaggio di lavoro verso la capitale mi ha fatto conoscere un cantautore italiano. Forse ispirato dalle meta della missione mi ha fatto ascoltare qualche brano di Fulminacci, artista appunto romano di cui non solo non avevo mai sentito nulla ma non conoscevo neanche il nome.
Io romano sin quasi dalla nascita (anni settanta) sino al 97, giovane degli ottanta e novanta, di gusti black music, esterofili, infatti, sono sempre stato poco attratto, tranne rare eccezioni, dalla musica italiana. Eppure i brani del cantautore Filippo Uttinacci hanno subito attirato la mia attenzione. La capacità poetica è veramente notevole. In particolare mi hanno fatto riflettere questi suoi versi della ballata “Una sera”: “… non si può fare come ti pare
tra un po’ non avrai più vent’anni e la vita diventa un mestiere.”
Inizialmente ha avuto un esito urticante il farmi concepire la vita come mestiere. Poi invertendo i fattori ho pensato al mestiere del vivere (vi ricordate il “male di vivere” di Montale ?) che mi ha reso il sostantivo “mestiere” più accettabile associato alle nostre esistenze, alle nostre parabole su questa terra. Ma soprattutto ho riflettuto sull’etimo di mestiere che, avendo una doppia radice, proveniente dal latino, trae le sue mosse da una prima derivazione latina “mistero” e cioè da una cosa all’inizio oscura e poco comprensibile che s’impara solo col tempo e con chiavi di lettura che si ereditano da quelli che riteniamo degli esempi, dei riferimenti; mentre una seconda, più esatta, da “magistero” e cioè, appunto, da qualcuno che è di più, che un “magis”, un maestro appunto che dipana ciò che c’è da imparare col tempo. Cosi l’etimo ci porta da un significato di mestiere, solitamente inteso quale attività lavorativa manuale, pratica, tradizionalmente contrapposta all’arte, in particolare arte di governo, ad un concetto che oggi potremmo agevolmente tradurre in “ministero”. Il ministero era originariamente un ufficio, una funzione servile, qualitativamente contrapposta al magistero, che invece è la funzione del maestro. Eppure in italiano il ministero, come è chiaro, è una funzione tutt’altro che bassa.
Quindi anche la professione, il mestiere, ha un’implicazione vocazionale e certo il semplice lavoro ha invece un che di generico; ma il mestiere ha tutto il sapore, invece, di un servizio non soltanto volto al profitto personale, ma di un ufficio che ha un’utilita’ sociale perlomeno come eredità di saperi ritenuti indispensabili per la continuità della comunità. Mestiere della vita allora, anche nell’intenzione di Fulminacci, potrebbe essere qualcosa di nobile, non da mestieranti, che s’impara tentando di imprimere una direzione alta ai propri destini (vocazione), che preveda errori nel cammino da cui imparare e, soprattutto, riferimenti carismatici da cui apprendere ed ispirarsi. La vita come un mestiere è l’impegno che ci vuole per disvelare un mistero scegliendoci i migliori compagni di viaggio. In fondo pensare questo mi riconcilia coi giovani cantautori italiani e con Fulminacci la cui discografia va necessariamente ascoltata.

P.s. Fulminacci ha già vinto un premio dedicato a Tenco.