Secondo una vulgata comune David Bowie nel 2013 avrebbe pronunciato, durante un’intervista, questa frase: “Whoever wants to listen to it. I don’t play for the audience, never play for the audience” che in italiano riferito alla sua produzione musicale, già di successo, suonerebbe: “chi vuole la ascolti (evidentemente riferita alla sua musica- ndr). Non suono per il pubblico, mai suonare per il pubblico.”

Che cosa avrà voluto dirci il Duca Bianco musichiere tra l’altro di “Starman” e “Let’s dance” ? Provo a farne un’interpretazione rigorosamente non autentica e, semplificata, in 5 punti. Le difficoltà mi vengono però da una società (e dentro mi ci metto anche io) sempre più ossessionata da like ed emoticon che da dialoghi veri e dal vivo.
1. Inizia a suonare. Può sembrare banale ma in fondo non lo è. Ognuno di noi è chiamato a suonare (camminare, lavorare, muoversi in una direzione, fare, persino amare) altrimenti il periodo non funziona, è tronco della premessa maggiore. Fare (produrre qualcosa di esterno a noi, “lavorare”) è proprio il miglior modo per essere noi stessi. David Bowie, artista colto ed intelligente, non può ignorare, poi, la grande metafora insita nella sua logica. In tutte le attività che si intraprendono sono necessari comunque uno studio, una preparazione, una pianificazione così come “fare musica”. Non basta andare in piazza e strillare un paio di frasi senza senso su note abborracciate “alla bella e meglio” ma stare fermi, sul divano, è decisamente peggio.
2. Il pubblico c’è. Vero, Bowie ci dice di non suonare per il pubblico ma così dicendo implicitamente ammette come un pubblico ci sia. Non ci possiamo fare nulla: appena facciamo qualcosa che viene proiettato all’esterno dal nostro foro interiore (da un manufatto, passando per un’impresa sportiva o un comportamento sul lavoro, o un articolo come questo e finendo con una semplice battuta pronunciata tra amici) c’è sempre gente in grado di porsi come il nostro pubblico, di giudicare le nostre “opere”, di riservarci applausi o al contrario pronto a fischiare o a gettare ortaggi sul palco. Da che mondo è mondo ci saranno sempre persone che sono pronte a criticare, a dire, a ridire, a consigliare come fare, quando fare e perchè fare (tanto non lo debbono far loro).
3. L‘audience è cosa diversa dal pubblico. Partendo dall’assunto precedente ovvero che un pubblico ci sarà sempre l’audience potrebbe essere l’equivalente in italiano di un gradimento generalizzato. Il gradimento generalizzato equivale in poche parole, in un momento dato (non sottovalutare mai il fattore “tempo”) di solito istantaneo (se diamo il momento “0” come quello del nostro prodotto o intenzione finita), alla preoccupazione di non scontentare mai nessuno. L’audience considera come presupposto del successo esclusivamente la piaggeria, la lusinga dei gusti della stragrande maggioranza delle persone che si frequentano, ovvero l’adattarsi, a specchio, alle diverse tipologie di donne e uomini con cui ciascuno di noi è chiamato a fare. Non suonare per l’apprezzamento pressoché totale, secondo Bowie, significa non ridurre il proprio fare ad una semplice media, a metà tra sondaggistica e statistica, di quello che potrebbe pensare la gente (“cercare di piacere a tutti è un segnale di mediocrità”).
4. Cerca di essere te stesso e di essere unico. Il pubblico c’è ma non bisognerebbe preoccuparsi eccessivamente del suo gradimento. Se è così allora nelle nostre opere bisogna, in primis, metterci noi stessi; anzi tramite il fare continuare a scoprire noi stessi, le nostre facoltà e/o le nostre imperfezioni, provare a migliorare le prime e a limare le seconde. Le nostre opere, musicali o meno, debbono piacere a noi, ne dobbiamo essere soddisfatti come frutto di un percorso di valutazioni e di scelte in cui talvolta si sbaglia e talvolta invece ci si prende ; ci deve essere un momento in cui si lasciano da parte le opinioni talvolta pesanti che si ricevono dalla gente (dal capo, ai genitori, ai vecchi amici, al parroco del paese, dalla moglie o dal marito sino al politico di turno), li si perdona ma si va avanti per la strada in cui si crede; tanto “tutto quello che sentiamo è un opinione non un fatto, tutto quello che vediamo è una prospettiva non una verità” (forse Marco Aurelio). L’unicità è un valore, l’imitazione pedissequa spesso non lo è. L’unicità genera valore (aggiunto) e fiducia in se stessi.
5. “Promuovere il consenso” versus “cercare consenso”. Entro nella parte più soggettiva (e decisiva) dell’interpretazione della frase del Duca Bianco; eppure nessuno potrà smentire l’assunto che lui stesso abbia potuto godere di un incredibile successo dovuto all’audience; fors’anche dal gradimento generalizzato, non confinato tra l’altro ai confini della sua madre patria, ha ottenuto le risorse economiche per trascorrere una vita, come si dice, priva di stenti. Allora mi viene da dire che alla fine (ricordate l’importanza del fattore “tempo”) il gradimento é importante; alla fine appunto. Imprimere una direzione soggettiva alla propria musica, essere soddisfatto perchè il prodotto corrisponde al proprio essere non è in contraddizione col gradimento che potrebbe comunque venire anche se non si è fatto un sondaggio prima. Spostando il piano su una metafora rurale le fasi della preparazione del terreno, dell’aratura, della semina, della concimazione, dell’innaffiatura, del controllo della crescita e del raccolto finale restituiscono la “propria cura” che bisogna mettere in quello che facciamo ma anche la rilevanza del “non tutto e non subito”. Come la metafora stessa può servire a dire che se proprio nel tempo continuiamo a dare il meglio di noi stessi, scaviamo nelle nostre risorse migliori, siamo operosi tenendo a mente le nostre emozioni più autentiche e più è probabile che, col tempo e con i vari tentativi, ci possiamo avvicinare alla verità, ai gusti più intimi degli altri, del pubblico che è lì fuori. Arriviamo a farci comprendere. In questo senso mi appare necessario sottolineare la distinzione tra la promozione del consenso che ha molto di affine al “suscitare curiosità ed interesse” con l’innovazione e tra semplicemente “dragare il consenso”, far sentire alla gente quello che si vuole sentire di dire (che alla lunga potrebbe anche generare una banale e noiosa sicurezza). Essere, umanamente, un passo avanti spesso potrebbe voler dire guidare ed anticipare le necessità emotive del “pubblico”, fargli capire quello che oggi semplicemente intuiscono ma che non comprendono sino in fondo, provare a slatentizzare qualcosa di loro che è lì bloccato, magari in gusti appresi e in pregiudizi.
E allora buon “Never play for the audience” a tutti.