“Quizás el truco sea entregarse como si nunca fuera a doler. A la vida, al amor, al sexo, a la poesía, incluso entrégate a ti mismo. Como si fueran a prohibirlo todo mañana”. Carlos Miguel Cortés, Innormal.
Forse il trucco è concedersi come se non dovesse mai far male. Alla vita, all’amore, al sesso, alla poesia, anche regalarsi. Come se domani mettessero al bando tutto.
Capita di dover riflettere sulla propria parabola e su quella di ogni essere umano, sull’esistenza e sulle esperienze della vita che scegliamo di far avverare e vivere. Così in questi giorni mi è venuto in mente il bel dialogo che ho avuto più o meno due anni fa, con un produttore di vino-enologo vicentino in occasione di una visita guidata alla sua cantina. Ricordo, oltre all’assaggio dei suoi ottimi vini, di come avesse raccontato di casi fortuiti o voluti da altri, da snodi e bivi, di sliding doors che nel corso di vita possono capitare: esperienze forti, scelte importanti relative a legami e rapporti familiari, amicali, professionali e lavorativi. Di più; il suo sottofondo narrativo, sovente interrotto dalle mie domande, non solo era caratterizzato da una forte passione per le uve e per il vino ma dal rapporto di quell’imprenditore con i propri genitori che avevano fatto un grande investimento economico sulla sua intrapresa e che sin dall’inizio, quasi in ogni momento, secondo il racconto, nutrivano quel rapporto di forti attenzioni ed aspettative, di pressanti richieste professionali; persino di maniacali ossessioni per il prodotto finale, per la singola bottiglia di vino, per l’attenzione al cliente. Anche grazie a questi dialoghi mi vado convincendo come ciascuno di noi abbia il bel compito di “scrivere” la propria “storia”; una storia talvolta problematica, difficile, non lineare e con qualche contraddizione certo ma sicuramente orientata all’originaita’ e votata, il quanto piu’ possibile a forme di autorealizzazione, di felicità. È un sostantivo, almeno per me, scritto con la “s” rigorosamente minuscola ma se si vuole non meno importante, fondamentale. Ogni nostra storia interagisce, influenza e contribuisce a quelle delle persone in cui ci imbattiamo. Possiamo, col tempo impiegato operosamente, essere da stimolo e da esempio. Ciascuna storia individuale, prima o poi, riesce a dare un suo contributo ad un percorso Storico più complessivo, anche senza rendersene conto.
“Vivere immediatamente l’eternità significa vivere giorno per giorno“. Emil Cioran

Lo switch del pensiero alle figure di riferimento che hanno contribuito ad essere quello che sono sino a qua, a questo punto, viene molto facile. È naturale, ma non scontato, pensare ai genitori. Mamma, pittrice, che non c’è più che mi ha insegnato a leggere e scrivere un anno prima che io frequentassi le scuole elementari e dai cui ho appreso che il gioco e piccoli esperimenti di responsabilizzazione, fatti assumendosi qualche rischio nella difficile periferia romana, possono valere ed anticipare moltissimo la maturazione del bimbo in un adolescente attento e coscienzioso. Papà, Nicola, mi ha trasmesso, con l’esempio, quanto valgano onestà e lealtà nell’ambito lavorativo intese come fedeltà al proprio modo di pensare e di essere (più che apparire) anche a scapito di carriere folgoranti ed ambizioni di successi effimeri. Il senso del dovere (anche troppo) rivolto alla conservazione e all’integrita’ della tradizione familiare e sociale (fors’anche istituzionale) è stato e continua ad essere il suo portato migliore. Col tempo mi ha arricchito anche di un dissacrante spirito critico capace di disvelare veli e finzioni che sono frequenti nella dimensione pubblica di molti.

Ma mi sono modellato (e continuo a farlo oggi che è possibile con la tecnologia supportare i ricordi e tenerli vividi) anche grazie ad altri riferimenti. A metà degli anni settanta mia madre, Agata Maria, offrì durante un diluvio la protezione del suo ombrello a Marisa che ne era invece sprovvista. Entrambe andavano all’asilo a prendere i loro figli: io, mio fratello Angelo e Luca (il figlio di Marisa). Le famigĺie, da quel gesto si conobbero, e io e mio fratello acquisimmo due genitori in più, Gabriele e Marisa Delli Passeri, come Luca e Alessia acquisirono come familiari aggiunti Nicola e Agata. Marisa, da seconda mamma, mi ha insegnato la dolcezza e la generosità abruzzesi; come i legami possono costruirsi anche da uno stare a tavola, commensali, con prodotti genuini che vengono dalla terra o da piccoli allevamenti appena dietro casa, da preparare il cibo per qualcun altro. La verità, in qualche modo, era nella genuinità dei piccoli paesi da cui provenivamo: Rieti e Citta’ Sant’Angelo. Gabriele, che non c’è più, amava le sfide. Come quando letteralmente riusciva ad infilare me, Luca ed Angelo, ragazzotti della periferia romana, dentro quella scatoletta che era la sua 500 blu e ci portava nei sabato pomeriggio a fare sport a Villa Ada. Che bello ! L’agognata ricompensa era al ritorno semplicemente quel litro di latte fresco della Centrale di Roma acquistato da uno dei bar aperti da dividere in quattro bevendo tutti dallo stesso brick: s’imparava così a fare squadra e a festeggiare anche con poco lo sforzo appena compiuto e l’impegno appena profuso. Gabriele, amava il biliardo e ne aveva trasmesso la passione a Luca che come lui ci “sfidava” su quel tavolo di panno verde all’oratorio o a Città Sant’Angelo. Lì non c’era competizione, la famiglia Delli Passeri era sempre più spanne avanti rispetto a quella Rana, eppure il desidero di migliorare sempre è rimasto come forte insegnamento. Il Nuovo Salario, quel quartiere a Nord di Roma, sarebbe stata l’epifania centinaia di chilometri piu’ a sud della canzone “Azzurro” di Celentano, cantante che lui amava e ci propinava ad ogni pranzo domenicale in via Ubaldino Peruzzi: il cemento avrebbe preso lo spazio alle verdi campagne e ai pascoli appena dietro le nostre case. Roma e la sua periferia sono stati lo sfondo e la colonna sonora delle nostre famiglie anche dopo che la famiglia Delli Passeri si è trasferita a Torraccia e mamma si è ammalata di Parkinson. Nicola, che insieme a Maria resiste a starci vicino, non si offendera’ a richiamare che Gabriele era davvero, per me ed Angelo, un secondo papà che lo completava: lui, così austero, era un campione del senso del dovere, anche troppo per dei ragazzi, di più dell’estetica del senso del dovere (per fortuna l’età lo sta ingentilendo ed ammorbidendo) invece Gabriele così energico e volitivo, persino fantasioso ed originale; un papà del tipo “fratello maggiore” insomma. La domanda che mi pongo è chissà se da lassù, o dovunque siate, insieme ad Agata siete ancora orgogliosi di noi, assieme ad Alessia, i vostri figli, oppure vi limitate ad ispirarci o ad esserci vicini negli errori che inevitabilmente facciamo per continuare a fare quello che ci avete insegnato a fare: essere sempre in cammino per migliorare.
Durante il mio percorso ho “incrociato” anche un Don. Non era difficile per uno, come me, cresciuto a “pane ed oratori” nella periferia romana degli anni settanta ed ottanta. Assistente ecclesiastico in un gruppo scout e cappellano della Polizia, Pino Cangiano, tra un campo scout e una messa “ufficiale” in ricordo dei caduti mi ha confermato col suo modo di essere che la religiosità non ha luoghi ne preconcetti ne precostituiti. L’avvicinamento al divino e la fede, possono trovare forma in un bosco, con degli zaini accatastati alla bella e meglio per fare un altare e un telo per proteggersi dalla pioggia dal temporale estivo in montagna come nelle opere di servizio dei più deboli come in momenti più istituzionali. Semplicità e gioia sono i suoi tratti caratteristici che hanno, da sempre, fatto da complemento la sua grandissima cultura teologica. I sui insegnamenti ? La saggezza e la cultura, anche quelle religiose, non hanno bisogno delle distanze della giacca e cravatta e il “dio” cristiano lo si può incontrare di più nel servizio (che nell’essere servito). Cosa avrei voluto di più dal suo esempio ? Cosa di più che sperimentare che ciò che unisce, in modo trascendente, non può essere artefatto, costruito ma deve essere il più unico e spontaneo possibile ?

Quando fai gli studi universitari a Roma non puoi non ascoltare Radio Radicale. Non era difficile nella capitale: le frequenze della radio “dentro ma fuori dal palazzo” erano doppie rispetto al resto del territorio nazionale. Successivamente le frequenze della cosiddetta “Radio Radicale 2” furono vendute alla Radio di Confindustria per fare cassa e finanziare l’attività politica radicale. Erano, per me, gli anni del Diritto, dello studio e degli esami ma anche dell’ascolto dell’unica radio che trasmetteva le dirette dal Parlamento, delle Commissioni parlamentari, soprattutto quelle di inchiesta, le riunioni del C.S.M., le differite dei più grandi processi (quelli agli accusati di atti di terrorismo, e a quelli di essere appartenenti ad associazioni di stampo mafioso), le dirette dai Congressi di tutti i partiti: uno studente aveva l’occasione di ascoltarli in esercizio, di vivere il diritto costituzionale e il processo penale non solo di studiarli.

Venivano trasmessi poi gli aggiornamenti sulle iniziative referendarie, quelle per l’abolizione il finanziamento pubblico ai partiti, quelle per il sistema elettorale anglosassone maggioritario a turno unico, quelle di Tortora e per la “giustizia giusta”, quelle che erano la diretta discendenza di quelle per la legalizzazione del divorzio e dell’aborto degli anni settanta ed ottanta: la regolamentazione dell’uso e del consumo delle sostanze stupefacenti ritenute illecite, proibite.
La terza scheda. Dopo quella per l’elezione di Camera e Senato, per scegliere i propri rappresentanti in Parlamento, i Radicali continuavano a tentare di fornire a ciascun elettore la matita copiativa per cassare le vie legislative ritenute sbagliate ed indicarne, seppur implicitamente di nuove, di contrapposte. Il primo contatto coi Radicali fu proprio un banchetto referendario in Viale Libia. Lasciai le firme, 5000 lire e il numero di telefono di casa. Tanto c’era bisogno di una mano che fui ricontattato il giorno dopo.
Marco Pannella, ecco l’altro riferimento, era presente a Roma in video a TeleRoma 56 mentre in Radio cominciava le sue conversazioni settimanali con l’allora direttore di Radio Radicale Massimo Bordin. Le due voci erano importanti, già allora roche dalle sigarette fumate ma piene; con la loro densità riempivano l’etere. Continuavo nello studio e nell’ascolto e potevo di più comprendere i perché delle candidature nelle liste radicali di Enzo Tortora e di Leonardo Sciascia, di qualche anno prima, il 1984. Più ascoltavo Radio Radicale e più comprendevo quel periodo con il quale Eugenio Montale, nel 1974, aveva onorato Marco Pannella dalla colonne del Corriere della Sera: “Dove il potere nega, in forme palesi ma anche con mezzi occulti, la vera libertà, spuntano ogni tanto uomini ispirati come Andrei Sacharov e Marco Pannella che seguono la posizione spirituale più difficile che una vittima possa assumere di fronte al suo oppressore. Il rifiuto passivo. Soli e inermi, essi parlano anche per noi“.
Soli ed inermi. C’era del giusto e del vero in quello che sentivo, nelle lotte radicali, nell’avvicinarsi (per poi magari scomparire) di giuristi, accademici, politici di altri partiti alle iniziative radicali. Qualcosa che era capace di emozionarmi, anzi di commuovermi, di mettere assieme cuore e testa. Ecco: l’incontro con quell’omone di quasi due metri era quello che desideravo per superare anche la mia solitudine, quella che si prova conoscendo, impegnandosi ben oltre il superficiale, desiderando di comprendere in spirito di verità e quindi necessariamente in modo dialogico.
Autenticamente lo sognavo di notte per poi sperare di realizzarlo di giorno quell’incontro. Vennero, appunto, l’impegno a qualche tavolo radicale di raccolta firme referendarie tra un esame ed un altro e anche i primi contributi economici ma mai riuscii o volli, fino in fondo, varcare la soglia di Via di Torre Argentina, la sede del partito.
Il lavoro ed un progetto di matrimonio mi portarono a Piacenza dal 2000 in poi. Da qui approfittai del primo partito italiano che si era dotato di una piattaforma informatica partecipativa degna di questo nome. Il forum di Radicali Italiani e prime le elezioni on line di parte degli organismi statutari fanno arrivare al partito Luca Coscioni e Piero Welby. Io mi limito a scrivere sul forum di antiproibizionismo e di temi di diritto costituzionale, del (dis)funzionamento delle massime istituzioni italiane e a pagare l’obolo della tessera annuale: idee e sostegno economico dei singoli cittadini, quello di cui dovrebbe sostenersi ogni attività politica.
Nell’agenda c’è la questione della grazia a Sofri; in realtà del potere di grazia presidenziale sottrattogli da interpretazioni capziose dei Ministri, della Presidenza e della politica in generale. Il Presidente della Repubblica è Ciampi e il mondo accademico, sollecitato dai Radicali, è quasi concorde nel dire che il potere di grazia è sostanzialmente e formalmente del Presidente e che non deve esercitarlo in condominio con nessuno. La controfirma è un atto notarile, non uno di assenso. La Corte Costituzionale, per una volta, poi darà a ragione a Marco Pannella. Ne scrivo sul forum. Scrivo di Presidente della Repubblica, degli atti presidenziali, del valore della controfirma ministeriale, provo ad inserire qualche scritto autorevole ma anche la mia opinione; Marco Pannella in persona mi legge, mi nota e corrisponde alla sua maniera: dice che ero il nutrimento per il suo ennesimo sciopero della fame. Quelle mie righe, non certo di un professore universitario, lo avrebbero impressionato a tal punto da meritare un’interlocuzione diretta.
Non pensavo di meritare tanto. Eppure anche questo è il Partito Radicale: si riesce a trovare, ad essere attenti ad un ago nel pagliaio. Da semplice ago telefono al partito, vorrei parlare con Marco Pannella e lo faccio, in diretta e senza filtri, come avviene nei “fili-diretti” a Radio Radicale, se si riesce a prendere la linea. Non so quanto sia durata quella telefonata, forse tre o quattro minuti, ma per me è stata eterna. Si fa fatica a parlare con Marco: è un fiume in piena e gli bastano pochissime parole di risposta, per capire, per rilanciare i suoi argomenti. Lui più di ogni altro in Italia è parola, è la parola, è la storia e il futuro che si condensano in quella sua presenza, in quel suo fluire pieno di incisi, rimandi, evocazioni e improvvisi allargamenti, spostamenti di piano, disegni di prospettive che non si potevano immaginare prima. Per questo o lo ami o lo detesti profondamente rimuovendolo o avendo la tentazione di farlo. Io l’amavo e l’amo tuttora. La sua parola è come lui: la generosità fatta persona.
Tra il duemilatre e il duemilanove la frequentazione di Torre Argentina è periodica e le iniziative a cui fornisco il mio apporto si fanno sempre più frequenti. Se non vado a Comitati e Direzioni, per motivi di lavoro o personali, lui mi telefona e s’incazza. Seguono anche un paio di candidature a politiche ed europee: quelle di testimonianza ed impegno, in fondo alle liste. Marco promuove la politica, la allena, la coccola, la riempie di attenzioni, ma la stimola anche, la provoca. E siccome coi Radicali non si vede un becco di un quattrino, neanche di rimborso spese, e ci si paga tutto mi ospita addirittura a casa sua se quel giorno gli dico avere problemi di albergo, come fa un altro impareggiabile radicale storico, Valter Vecellio.
Nel 2007 con gli amici del sindacato di polizia, il Siap di Piacenza, e la UIL organizziamo un convegno. Il titolo è bello e profetico: “Sicurezza, giustizia e legalità. Quali riforme necessarie in uno Stato democratico e di diritto?”. Ci saranno lui, Polledri della Lega, l’allora Sindaco di Piacenza Roberto Reggi, il Segretario Nazionale del sindacato Siap, Giuseppe Tiani. Convincere Marco Pannella, allora europarlamentare (erede ultimo del federalismo spinelliano), non sarà difficile: ci sarà pure la diretta su Radio Radicale.
Viene a Piacenza alla sua maniera: prende un treno notturno che arriva alle 6 del mattino. Niente scorte, niente applausi di benvenuto, niente tappeti rossi, niente espressioni di poteri e potentati. Semplicemente con l’auto di famiglia lo dobbiamo andare a prendere in stazione e lo portiamo a casa mia, in attesa dell’inizio del convegno. Allora ero sposato e con la mia ex moglie abitavamo a San Nicolò, una frazione vicino a Piacenza. Facciamo colazione, quella che calorosamente prepara Maria Grazia, parliamo di come vanno le cose, del tema del convegno e ascoltiamo la rassegna stampa della Radio e ho il tempo, ancora una volta, se mai ce ne fosse stato bisogno, di apprezzare la sua immensa generosità. Perché mentre parliamo viene fuori la sua stanchezza, vengono fuori tutti i suoi quasi ottant’anni e il suo viaggio in treno: ogni tanto s’addormenta e hai il tempo di chiederti quanto di quella sua faticosa ma bella presenza in quel momento lì con te sia desiderio di politica e quanto di riconoscenza, di amore per le persone che incontra.
Solo che mentre pensi questa cosa t’accorgi che non è necessario dare una risposta e che forse per un politico autentico le due cose si mescolano, si intrecciano indissolubilmente fino a formare una sola cosa, un solo modo di vivere la realtà, l’umanità in cui ci si imbatte. Quel giorno fu bello e memorabile, compresi i dissacranti inviti a non farsi dare del “lei” dai poliziotti che lo avvicinavano semplicemente per una foto, compreso il pranzo fatto assieme ai compagni di Piacenza e Cremona e pochi altri dove distribuiva sorrisi e vivande a piene mani, anche al posto dei camerieri.
Pannella, uomo e politico vero, era la sua parola ma era anche rappresentato al meglio quelle sue enormi mani: tanto affettuose per una carezza quanto forti per sbattere i pugni sul tavolo. Lui, riferimento non solo politico, mi ha insegnato quanto si debba puntare al dialogo soprattutto con le persone che hanno convinzione diverse dalle tue. Solo così si può dar vita alla creazione di qualcosa di autenticamente nuovo.
Di certo questa storia, la mia, non smetterà di essere luogo e teatro di incontri: il segreto forse è proprio quello non solo di “concedersi alle” diverse esperienze ma davvero di provocarne la realizzazione e di viverle con la massima intensità che si può; amando e nutrendo la speranza di essere amanti ed amati per i lunghi o i brevi tratti in cui si può camminare assieme a quelle persone che possono essere i nostri riferimenti (o rispetto ai quali noi stessi potremmo, prima o poi, divenirlo).