La follia (la fuga), Erasmo da Rotterdam e quell’estate “sulle orme di Carrel”.

Erasmo da Rotterdam, deluso dal potere temporale della Chiesa, nel 1509, probabilmente di ritorno da un viaggio a Roma dal Pontefice realizza la sua opera della “L’elogio della follia”. E’ l’elogio della prima accezione latina del termine “follia”; il folle non è un pazzo ma è colui che riempie quello che sarebbe un mero vuoto con la leggerezza gioiosa, creatrice e in quanto tale femminile, di derivazione quasi divina.  Nessuno genera o è stato generato se non  grazie all’ “ebbrezza gioiosa” della Follia.

Secondo il teologo olandese  il vero saggio è chi si lascia guidare dalle passioni o meglio chi non si fa guidare solo dalla ragione, paragonata invece ad uno spettro mostruoso. Le passioni “non solo assolvono la funzione di guide per chi si affretta verso il porto della sapienza, ma nell’esercizio della virtù vengono sempre in aiuto spronando e stimolando, come forze che esortano al bene”. Così per Erasmo da Rotterdam “un uomo così fatto, sordo ad ogni naturale richiamo, incapace di amore e di pietà”…”un uomo cui non sfugge nulla, che non sbaglia mai, che tutto vede, tutto pesa con assoluta precisione, nulla perdona; solo di sé contento…lui solo tutto; senza amici, pronto a mandare all’inferno gli stessi dèi, e che condanna come insensato e risibile tutto ciò che si fa nella vita”.  Più recentemente il poeta francese Arthur Rimbaud, richiamato politicamente anche da Marco Pannella, avrebbe parlato di “ un lungo, immenso e ragionato sregolamento di tutti i sensi.”

Erasmo da Rotterdam

Ciò che è esercizio del potere, che è ricerca progettuale del potere sugli altri non è creazione ed è frutto di razionalità e, in definitiva, di disperazione; ciò che è folle sarebbe invece ricerca e poi creazione e donerebbe, infine, autentica libertà.

Cambio di scena per tornare a scrivere su qualcosa che mi riguarda. Recentemente ho già scritto di come nel 2019 avessi cominciato un percorso di “rimessa in forma” connaturato e contestualizzato anche ad una ripresa di un’attività in montagna che aveva in qualche caratterizzato, in positivo, la mia gioventù. Gran Paradiso, qualche cresta sul versante del Bianco e il monte Bianco medesimo erano stati i primi “risultati”, “conquistati” nel corso dell’anno successivo grazie alla guida (verbo e non sostantivo) di Alberto De Giuli. Ben presto chi riprende andare per monti non può non sognare la grande Becca. “Il Cervino è stata l’ultima montagna importante dell’arco alpino ad essere scalata. E ancora oggi è la più temuta delle 82 cime di 4.000 metri delle Alpi” scrive Herve Barmasse in uno dei suoi libri. Il Cervino è stato, insomma, per un lungo lungo periodo sinonimo e, al tempo stesso, teatro di sfida, di impresa e di creazione ed organizzazione delle stesse. Sfida ? Impresa ? Certamente. Ma anche “follia” era un termine che si addiceva, perlomeno a quel periodo.

Il Cervino era stata l’ossessione, ad esempio, di Jean Antonie Carrel, detto “il bersagliere”, militare, agricoltore, pastore della Valtournenche e poi una delle prime guide valdostane della fine dell’800. La sua era stata una storia di amicizia e, poi, di rivalità con l’alpinista inglese Edward Whymper, cittadino londinese di professione illustratore, raffinato e ambizioso, per la conquista della Montagna dai due versanti, quello italiano e da quello svizzero.

D’altronde le salite sulle grandi cime alpine del XVIII secolo erano vere e progressioni a tappe. Nessuno vi era riuscito prima. Si percorrevano gli avvicinamenti quando le vie non erano conosciute e gli scritti degli archivi dei comuni delle valli non riportavano un granché sulle montagne. Non uno schizzo, non una descrizione e tantomeno una piantina con cui potersi orientare. Si procedeva per approssimazioni. Si saliva, si percorreva un sentiero che poi diventava sempre più stretto ed ostico fino a scomparire quando le pendenze si accentuavano, sino a non essere nemmeno intuibile ogni singolo passaggio quando oltre alle punte dei piedi bisognava metterci anche le mani, contare sulla forza delle braccia e sugli appigli che la roccia consentiva. Gli indumenti e i materiali erano quelli che erano e consentivano ristrettissimi margini di sicurezza: si contava solo su stessi, sulle proprie capacità e forza d’animo e su quelle dei compagni di ventura. Si contava anche sulla buona sorte. La tragedia aveva già funestato i tentativi dell’alpinista inglese. Così Carrel aveva provato tracce, era ridisceso a valle quando aveva ritenuto passaggi troppo rischiosi o esposti, si era dotato di appunti, cercando, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, alternative meno difficili ed impegnative verso la tanto agognata vetta. Carrel, secondo dopo la prima del rivale/amico, c’era riuscito dal versante italiano, forse più difficile tecnicamente, nel 1890 ma di quella “follia” ne era morto, per sfinimento, in discesa.

In vetta al Cervino

Ma il Cervino nel 2021 poteva essere considerata sicuramente una “follia” anche per chi, come me, solo l’anno prima aveva ripreso ad andare in montagna ? Certo che si; tanto vero che la prima volta che se ne fece cenno, Alberto De Giuli, mi guardò male e, forse, rispose peggio. Indiscutibilmente nella sua professione una certa quota di sofferenza è inclusa, pensai io, ma non il martirio, sicuramente non il suicidio. Eppure bastarono delle uscite arrampicatorie dolomitiche nella prima parte dell’estate del 2021 per fargli cambiare idea. Il piano divenne definito in itinere: acclimatamento con la salita a Capanna Margherita-Punta Gnifetti, ridiscesa a quote accettabili e una successiva due giorni con la salita per la Cresta del Leone. Due giorni interrotti da una notte da passare bivaccando a Capanna Carrel, uno spartano manufatto a circa 3800 metri, costituito da un camerone da una trentina di posti letto, una zona refettorio – cucina e un piccolo locale ad uso delle Guide del Cervino. Così fu ma con il solito (mio) condimento del dubbio all’altezza del Rifugio Oriondè, tanto quella montagna iconica anche dal versante italiano fa impressione. Il primo di Settembre del 2021 avevo completato assieme alla guida Alberto la (mia) traversata italo-svizzera del Cervino.

Capanna Carrel

Certo che “Nell’alpinismo non esistono medaglie o titoli, ma si ottiene una crescita umana e interiore importante che resta fuori dalla logica dei numeri che la nostra società moderna usa per classificare le persone di successo da quelle emarginate. In montagna non si vince e non si perde, si vivono le proprie scalate attraverso le proprie sensazioni, si abbattono i propri limiti confrontandosi con se stessi, la montagna diventa scuola di valori e il risultato è positivo per chiunque” (Herve Barmasse). Forse sta proprio in questo, al giorno d’oggi, ove il successo si misura solo nell’obiettivo dell’acquisizione di cose molto materiali – come denaro, carriere e like – la vera follia. La “follia”, voluta ed allenata, come fuga da uno schema sociale comune, da una potente coazione a ripetere, con molte varianti ma poche reali alternative, capace di attraversare generazioni inconsapevoli.

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