Ci sono detti e proverbi della tradizione italiana che sembrerebbero “far acqua da tutte le parti.” Uno di questi è quello che recita come il “vino faccia buon sangue”. La mia storia professionale mi ha insegnato come invece il vino e in genere l’abuso dell’alcol associato all’ambito familiare di solito, invece, facciano un pessimo sangue, quello delle vittime. Non sono un proibizionista in materia di sostanze che possano provocare effetti collaterali nel corso dell’intossicazione acuta ovvero una sorta di dipendenza fisica o psichica; anzi tutt’altro le mie idee sono spesso orientate forme di regolamentazione che non siano la semplice sterile e dimostratasi socialmente e storicamente inefficace proibizione. Eppure debbo constatare come numerosi dei miei interventi su scenari professionali le relazioni in ambito domestico fossero spesso viziate, perlomeno nel racconto delle donne, da copiose e reiterate occasioni di abuso di sostanze di derivazione alcolica.
Provo a sforzare la memoria. E’ il caso, di 5 o 6 anni fa, di un consorzio albanese quando gli operatori di Volante nel corso di una serata calda chiesero un mio sopralluogo di tipo decisionale in una piccola palazzina della città di Piacenza. Li aveva accolti una scia impressionante di sangue che dai locali comuni, scali e ballatoi, che li aveva condotti sino all’interno di un appartamento dove una donna era stata accoltellata perlomeno tre volte, in punti per fortuna non vitali, dal marito al culmine di una lite. Ricordo come mentre gli uomini e le donne dell’UPGSP, della Squadra Mobile e della Scientifica di Piacenza raccoglievano altri elementi di prova seguii la cittadina albanese all’Ospedale per raccogliere la sua denuncia. La donna raccontò molto dettagliatamente non solo l’episodio della serata ma circostanziò con decisione, seppur in corso la medicazione da parte dei sanitari e fors’anche prostrata dalla situazione, altri episodi pregressi in cui il marito rientrava ubriaco a casa e se la prendeva per futili motivi con i figli minori, spesso malmenandoli. Lei era costretta ad intervenire in loro difesa. Ricordo come ebbi modo di far notare ai medici che il corpo della donna recasse altri segni ovvero cicatrici verosimilmente conseguenza di aggressioni pregresse. Il magistrato di turno sostenne la nostra adozione di una misura precautelare per lesioni pluriaggravate e per maltrattamenti in famiglia.

Un altro caso mi porta ad un intervento, poco più recente, in una traversa di una via bene di Piacenza. Ricordo come fosse mattina prestissimo (poco dopo le 6.00) e intervenni in uno stato di impasse laddove un uomo anch’esso di origine straniera, rientrato a casa da una notte brava a base di superalcolici e circoli per soli uomini, con amici e colleghi, teneva strettissimo a sé uno dei suo figli minori, con pochi mesi di vita. Prima, ubriaco, aveva discusso con la moglie per motivi di gelosia e alla fine l’aveva aggredita colpendola al volto, facendogli perdere del sangue dal naso. La stessa era riuscita a sottrarsi all’azione dell’uomo assieme ad un’altra figlia e ad avvisare le forze di polizia e il soccorso sanitario. Vistosi “perso” e forse in pericolo per l’esercizio della potestà genitoriale il marito aveva tentato di trattenere dentro l’appartamento i figli minori e poi aveva aggredito con un martelletto anche uno degli operatori di Volante. Sfruttando il fattore tempo, l’evoluzione positiva dei residui dellìalcol, e un pò di esperienza nel dialogo finii con la riconsegna tra le mie braccia del bimbo e con la “resa” dell’uomo che si fece arrestare dopo qualche decina di minuti del mio intervento.
Troppo spesso, insomma, dietro storie di violenza familiare vi sono storie anche di abuso di alcol ma a pensarci bene la stragrande maggioranza degli interventi per maltrattamenti, soprattutto quelli in ambito familiare che hanno avuto gli esiti più gravi compreso il decesso delle vittime, sono stati, secondo la mia storia professionale quelli avvenuti all’interno di nuclei familiari molto chiusi, di cui le forze di polizia e i medici non sapevano ancora nulla nemmeno di uno screzio ovvero di una mera discussione verbale ovvero di una separazione litigiosa in corso, i cui membri erano entrambi origine straniera e in cui si è applicato rigorosamente il detto “moglie e buoi dei paesi tuoi”.
Un’occasione per ripensare anche le strategie di prevenzione e di comunicazione che dovrebbero essere rivolte ad intercettare, nei luoghi meno ufficiali e in vetrina delle nostre città, la parte femminile delle comunità straniere; meglio le prime e le seconde generazioni delle comunità straniere. Per una volta luoghi comuni e detti tradizionali lasciamoli alle discussioni da bar.